sabato 5 dicembre 2009

proposta per una performance "ROMANTICO INCANDESCENTE"

(di El Gloria)

Ingredienti:


1-Un (1) piano verticale, antico di almeno 80 anni, preferibilmente francese, se possibile fabbricato da casa Pleyel, in cattive condizioni, abbandonado per anni in luogo umido, pieno di scarafaggi e magari qualche piccolo topo, con tasti non funzionanti, legno tarlato, rigato (possono anche mancare qualche tasto e/o qualche pedale)

2-Un pianista di formazione classica, di mezz'età, che non abbia raggiunto la fama (e che sia altamente improbabile la possibilità di raggiugerla a causa dell'età e del suo moderato talento) ma con un profondo amore per l'opera di Frederic Chopin e (questo è imprescindibile) che sia Buddista

3-Una partitura dell'Andante Spianato Opus 22 di Frederic Chopin (non importa la data di stampa della stessa)

4-Un recipiente di plastica con beccuccio per versare (bidone) con cinque (5) litri di benzina (senza piombo)

5-Un accendino Zippo

Preparazione:

Il pianoforte deve essere preparato per la performance lasciandolo una settimana alle intemperie, sottomesso alle inclemenze climatiche, qualunque esse siano (il compositore non sarà esigente su questo punto), per quanto possibile su terra umida (può anche essere un patio, ma si raccomanda la terra, perchè il nobilissimo strumento sia in intimo contatto con L'Elementare, e soprattutto il suo legno torni in vicinanza di altro legno vivo)

Performance:

La performance consisterebbe nell'esecuzione completa e con estrema passione della suddetta opera da parte del pianista, dopodichè con grande solennità, dovrebbe aspergere prima il piano e successivamente se stesso, rovesciando circa la metà del contenuto del bidone sulla propria testa, e incendiando nello stesso ordine il piano e se stesso, con l'accendino Zippo

Il performer dovrà rimanere, durante l'acting, seduto in posizione di loto, fino all'estinzione del fuoco

Gli spettatori verranno preventivamente pregati di astenersi dall'applaudire fino a che il fuoco esaurisca completamente sia il pianoforte che il pianista


Nota:

il pianista dovrà indossare un abito da cerimonia, ma preferibilmente di tessuto sintetico e rimanere scalzo, dato che le scarpe sono poco combustibili

martedì 1 dicembre 2009

Te lo canto io, il Natale

Originale e meritoria iniziativa quella di Andrea Bocelli di uscirsene con un disco di canti di Natale, tra l'altro con dei duetti (altra grande novità), ce ne avevamo proprio bisogno.
"Ma... l'anno scorso non l'aveva fatto anche Irene Grandi (per dirne una) un cd con i canti di Natale?"
Ma che c'entra, vuoi mettere, quella è musica leggera, una delle solite deprecabili operazioni commerciali...

lunedì 30 novembre 2009

L'invasione delle ultrafrasi

Elvis has left the building

o qualcosa del genere
da dove è uscita quest'espressione?

"Elvis has left the building!" is a phrase that was often used by public address announcers following Elvis Presley concerts to disperse audiences who lingered in hopes of an Elvis encore. Al Dvorin, a concert announcer who traveled with Elvis throughout the performer's career, made the phrase famous when his voice was captured on many recordings of Elvis' performances. "

ecco svelato il mistero

bene, interessante

so che l'hanno usata anche per annunciare la sua morte
mi piace l'adotterò

dopo morto?
o poco prima?

l'adottero adesso
vi presento la mia frase: "Elvis has left the building!" (siate discreti, è adottata, ma ancora non lo sa)

glielo direte quando sarà più grande

si, ma prima che lo venga a sapere dai commenti delle altre frasi

non ci avevo mai pensato
le frasi che parlano fra di loro
sarebbe come se i numeri si calcolassero fra loro

qualcosa del genere: il due disse al tre: sommiamoci così siamo di più
in definitiva le frasi parlano davvero fra di loro non ci sono dubbi
la maggior parte della gente parla con frasi che parlano fra loro così la gente può mettere insieme comodamente una chiacchierata, formata totalmente di frasi fatte, che hanno risposte precostituite il che evita i silenzi che per molta gente risultano fastidiosi

si, ma...
io ho una una teoria più preoccupante

sì?

in realtà forse le frasi utilizzano gli uomini per comunicare fra loro

come se gli uomini fossero dei veicoli

crediamo di parlare
crediamo di pensare le cose che diciamo
il fatto è che ormai è già stato detto tutto quanto
e a questo punto le frasi sono diventate autonome

forse siamo stati invasi da molto tempo da esseri dello spazio che non avendo sostanza corporea prendono l'aspetto di frasi che occupano corpi per spostarsi ed interagire
quando diciamo "buon giorno" in realtà è una frase che usa quel suono per comunicare con un'altra frase que risponde:" basta che non piova..."
forse NOI con la nostra incoerenza ci stiamo opponendo all'invasione
E' POSSIBILE CHE SIAMO GLI ULTIMI ESSERI UMANI ANCORA NON SOTTOMESSI

"Nada/nulla, l'ultimo baluardo"
porca vacca
interessante
il grande errore dell'umanità è stato pensare che gli esseri che arrivano dallo spazio fossero almeno in qualcosa simili a noi
e invece no
sono suoni
odori

esatto

sensazioni

abbiamo un caso per l'agente Mulder o forse, considerando la nostra età, per il detective Kolchak

il pelato?

non Koyak quello dei lecca-lecca
Kolchak
era un investigatore privato che però incappava sempre in casi paranormali



bene
quindi diciamo che se mi gratto un piede in realtà è l'entità prurito che si sta manifestando...
deve'essere così

otaniburila - IV (e si finisce)

Chi è Otaniburila.
E' d'obbligo a questo punto ricordare, per quanto mi è possibile, l'inconsapevole protagonista: se per quasi tutti i frequentatori di quella classe poteva valere, anche nostro malgrado, l'appellativo di "ragazzi di buona famiglia", il ragazzo in questione era considerato l'estrema sintesi di questa definizione: alto, sempre elegante, dotato di aplomb non comune, si vociferava che fosse conte, ma ciò di cui tutti erano sicuri era che fosse ricco.
Non estraneo a queste valutazioni, faceva la sua parte un cognome (vero) che richiamava esplicitamente una varietà di corindone, pietra preziosa che non poteva non invocare simbolicamente uno status sociale ben preciso; ma incredibilmente tutto ciò non lo rendeva antipatico.
Accolse con un misto di britannico distacco e misurato interesse la proposta dei nuovi soprannomi, nonostante quello che gli era toccato risultasse particolarmente poco calzante. Forse saggiamenente intuì che la proposta avrebbe avuto vita breve, come effettivamente fu, scavalcata da nuove entusiasmanti iniziative.

domenica 29 novembre 2009

otaniburila - III

Fu in quegli anni (pochi ma formativi) presso i barnabiti che Milo incontrò studenti dalle caratteristiche più svariate, dei quali in seguito non seppe più nulla, ma che inevitabilmente arricchirono la conoscenza antropologica dei suoi simili. Ma andiamo al dunque. L'ambientazione è quella del cortile della scuola, durante un quarto d'ora di ricreazione particolarmente noioso; Milo ed alcuni compagni di classe percorrono, mani in tasca, il vialetto che delimita il campo di calcio, nel quale alcuni adolescenti tirano pallonate nella nebbia, richiamandosi l'un 'altro con urla sguaiate.
Il gruppetto di infreddoliti sta per decidere di rientrare in classe, quando vedono un loro compagno particolarmente agitato che li raggiunge di corsa, brandendo nella mano un foglio di carta; questo personaggio di cui non ricordo il nome (e che quindi chiameremo N.R.) è un ragazzino che, perfetto esponente di quell'età che si dibatte per uscire dalla stupidera, come si dice al nord, per entrare in non si sa bene che cosa, è capace di promuovere con entusiasmo qualunque iniziativa di gioco, e di sfornare con solerzia genialità e cazzate senza dar il tempo di classificarle in una delle due categorie.
Ragazzi, esordisce N.R., ho avuto un'idea; potremmo far finta di essere tutti sultani. Ma solo all'inizio, per avere nuovi cognomi. Basta chiamarsi tutti Alì.
L'euforia sta evidentemente divorando N.R. al punto da impedirgli di esprimersi con la dovuta consequenzialità. Il gruppuscolo, disponibile alle novità, si è già animato, ed esorta il compagno a riordinare i concetti.
Adesso vi spiego, riprende N.R., tenendo il foglio all'indietro ed in alto, il testo non raggiungibile dalla nostra visuale, pronto evidentemente a proporcelo nel momento cruciale dell'enunciazione della sua teoria.
Mi è venuto in mente che se fossimo tutti sultani... In effetti, a seguito di una lezione abbastanza seguita sull'Impero Ottomano, l'interesse per quella cultura si era fatta strada fra diversi alunni, o forse solo l'interesse su certe prerogative dei Sultani, come per esempio la possibilità di avere molte mogli legittime, prerogativa, a quell'età, incomprensibilmente considerata vantaggiosa.
Mi è venuto in mente che se fossimo tutti sultani..., forse ci chiameremmo tutti Alì, di nome proprio, invece che Roberto, Fulvio, Milo...
I ragazzi annuiscono, non manca di logica. Allora ho fatto un'esperimento. Ho scritto tutti i cognomi della classe mettendoci davanti Alì e (mostrandoci finalmente il foglio) li ho riscritti tutti al contrario!
Il foglio presenta una prima colonna con i cognomi in ordine alfabetico dei compagni (che non riporterò, per legittima tutela della riservatezza dei medesimi) ed in una colonna a fianco il risultato della trasformazione, ottenuta come spiegato. La lettura avviene con interesse, chi affrontandola con sistematicità e valutando uno per uno i nuovi nomi (Itaibbaila, Ingodebila, ...) chi, come Milo, saltando direttamente al punto della lista che lo riguarda (Ravsemetila, non era male, ha qualcosa di biblico) e valutando poi gli altri alla rinfusa. Attenzione, esalta N.R., alcuni di questi nomi possono anche leggersi come nome e cognome: Ingo Debila, per esempio; il consenso cresce; sì, è bello, prende la parola Milo, che all'epoca sviluppava gia un senso ipercritico non comune, stemperato peraltro da un innato rispetto per le idee altrui, però ho notato che certi nomi, per esempio quelli con il ci-acca, diventano difficili da pronunciare: guarda... Iraihcrecila; è vero, risponde N.R. dopo una breve riflessione, ma se ci fai caso, sembra davvero un nome arabo, da sultano; anche questi, guarda, dice indicando alcune delle righe del foglio: Allib Marbila, Ottib Maigila.
Gli altri componenti del gruppo continuano a commentare la lista: Alletnacila, un pò difficile, Irarrefila, ehi, io divento Isso Rila...
Milo, nel quale forse si poteva già osservare in sedicesimo la tendenza depressivo-pessimistica, ben sviluppata poi con gli anni, ad una certa sensibilità nel riscontrare gli aspetti negativi di qualunque vicenda, attrezzo o persona, assume un'aria dubbiosa: senti, N.R., hai visto che però così tutti i cognomi finiscono in ila, a lungo andare potrebbe diventare noioso; la risposta è più pronta questa volta: è meglio così, se non ci fosse la ila quasi tutti i cognomi finirebbero con una consonante, guarda che brutto, ad esempio: otanibur... tutti gli sguardi si concentrano su quella parola, qualche secondo di silenzio, dopodiche un'esplosione di acclamazioni e risate, pacche sulle spalle: Otaniburila, ripetuto più volte e poi scandito per coglierne la sonorità e le possibili suggestioni semantiche, Otaniburila, da diffondere subito, di corsa il vociante ritorno in classe: la necessità di condivisione dell'adolescenza.

(continua)

sabato 28 novembre 2009

otaniburila - II

Il percorso geografico e storico di Milo Temesvar (mi scuserete l'improvviso ricorso alla terza persona, ma è necessario per oggettivare gli avvenimenti) non è facilmente sintetizzabile, ma per quanto riguarda il fatto in questione è sufficiente sapere che nella primissima infanzia vicende di famiglia lo hanno portato lontano dal suo paese d'origine (Albania, Argentina o Armenia che fosse) e dopo un certo numero di spostamenti all'età di quattro anni lo troviamo radicato a Milano, nel quartiere detto Città Studi.
Per inciso, la conoscenza fra SuperG e Milo Temesvar avvenne frequentando lo stesso asilo infantile e la loro traiettoria scolastica coincise fino alla seconda media, anno in cui il giovane Milo deviò verso una nota scuola privata gestita da padri barnabiti.
Siamo in quella terra di nessuno del passato durante la quale l'Italia stava transitando dai rutilanti anni sessanta ai problematici anni settanta (o viceversa, dai problematici sessanta ai rutilanti settanta, ma direi di più la prima).
La permanenza dello studente Milo presso detta scuola privata continuò fino al '72, anno in cui altri cambiamenti lo portarono nella Capitale.

(continua)

otaniburila - I

Questa è una storia che parte da lontano; ma più che una vera storia è una vicenda minimale, che forse si esaurisce prima di aver finito di raccontarla: di conseguenza la tirerò un pò per le lunghe.

Certe storie minimali hanno il potere di riaffiorare, anche a distanza di anni, periodicamente; ciò avviene in maniera naturale, senza forzature, e per svariati motivi; e questa mi sembra una ragione sufficiente per considerarle storie e non semplici episodi insignificanti; o, se sono insignificanti, allora lo è in toto la nostra fottuta esistenza, per tutta la sua durata.

Bene, or non è molti giorni, durante una telefonata col mio amico (nonchè opinion leader, oserei dire, fra le altre cose) SuperG, vertente, tra l'altro, sulla possibilità di gestirci un blog fra noi due, il medesimo ha proposto una serie di nomi potenziali per battezzare questa nuova creatura, snocciolandone una sequenza fra le quali spiccava l'otaniburila (non renderò pubbliche le altre, in quanto di sua proprietà intellettuale).
Ed ecco che riemerge, inaspettato; ma, come tutte le volte quando succede, ti rendi conto che era sempre stato lì; da quasi quarant'anni.
Il fatto che SuperG, non avendo vissuto personalmente l'otaniburila, ma avendolo assorbito esclusivamente in base ad una mia relazione degli avvenimenti dell'epoca, lo abbia rievocato in modo ovvio e naturale, giustifica ai miei occhi definitivamente questo post.

Anche se, e qui mi sorge il dubbio (che rintuzzo perchè è tardi per ripensarci),
come succede nel raccontare certi sogni,
che appena svegli appaiono vividi e pieni di concatenazioni logiche
e di significati reconditi ma ricostruibili,
nel momento in cui trovi qualcuno a cui narrarli
diventano delle pappe informi e stupidamente assurde
(neanche dotati della geniale assurdità che può generare apprezzamento),
perdono la magia che sembrava avvolgerli,
tanto da maledire la decisione di averli raccontati;
nello stesso modo ho paura di pentirmi,
ma prendo coraggio e proseguo.

(continua)

martedì 24 novembre 2009

dobreidem III - "the eternal struggle between the glory and the piano"



il proprietario del pianoforte sa che in sua assenza diventa un piano preparato?

no, è ovvio...

ah

ma so maneggiare un piano,
l'ho fatto molte volte,
non li danneggio, ne abuso solo un pò...

pianodofilo

(tutto ha una spiegazione logica)

ti rendi conto che non riesco mai a fare le cose normalmente?
ho a disposizione un perfetto Steinway e invece di sedermi e suonare sulla tastiera devo aprirlo e suonarlo come se cercassi di aggiustare il carburatore di una Ford Falcon!
non sono orgoglioso di questo
solo che mi viene così...
questi sono i suoni che sento nella testa

mia madre deve aver sofferto terribilmente di gastrite durante la gravidanza e ciò può avermi traumatizzato...


è l'unica spiegazione
se non vogliamo dare credibilità a quelle storie che parlano di danni cerebrali dovuti all'alcol e le droghe

nooo...

alle quali non vogliamo credere...

non ci crediamo...

certo...

"In Nada/Nulla NON crediamo a quelle storie che parlano di danni cerebrali dovuti all'alcol e le droghe"

"In Nada/Nulla crediamo profondamente agli effetti che la gastrite della madre durante la gravidanza produce sul feto e sulle sue successive manifestazioni elettroacustiche durante il periodo adulto di tale feto "

qualunque psicologo ti darà ragione

(e adesso... questo chi lo può spiegare??)

certo.. ora..., non posso non interrogarmi sulla tendenza al blues di alcuni facenti parte di questa equipe editoriale

e non ti riferisci a El Gloria...

no

e come mai ti viene adesso questa domanda?

non so

questo non lo può spiegare uno psicologo
forse un parapsicologo

un "paparapsicologo"
(se apprezzi la tromba)
o un "paparazzicologo" visto che ti piace tanto la fotografia

lunedì 23 novembre 2009

I HAVE A DREAM....

s: ho un sogno
che un anonimo vero lasci scritto qualche cosa nel box a fianco
fossero anche insulti
g: si,
sono anonimi finti

un tizio lasciava sempre messaggi nei blog altrui firmandosi come anonimo
non firmava mai col suo vero nome

perchè si togliesse il vizio il suo psicologo gli consigliò di iscriversi agli Anonimi Anonimi

domenica 22 novembre 2009

Fa' la cosa giusta

Immagina, piove parecchio
un sabato grigio, in ufficio
nessuno per strada
nessuna telefonata
e The Stronz ha messo Serrat a tutto volume,
questa è la cosa più deprimente.
Stiamo facendo una colletta fra i colleghi per comprare una magnum

potrete sempre dire di averlo ammazzato in un eccesso di depressione dovuto alla musica

Si...
in realtà...
stavamo pensando di suicidarci...
ma ripensandoci...
Guarda sotto quali forme può manifestarsi la Sindrome di Stoccolma?
Pensiamo di suicidarci noi invece di pensare ad ammazzare lui!
Porca puttana!

preoccupante...

Si... per lo meno alla fine me ne sono reso conto...

(inquadratura fissa,
il revolver vicino alla testa
la pallottola che gira su se stessa a due centimetri della tempia
ed in quel momento:
"ops!?"
"starò facendo la cosa giusta??")

la Sindrome di Stoquanonsenepuòpiù

si
sembra che qualcuno stia per trovami un lavoro tranquillo

killer?

sabato 21 novembre 2009

Il sommo Artusi - III

Really the blues


ulteriore estratto da Schegge Jazz, meritoria trasmissione Rai dei primi anni '90

venerdì 20 novembre 2009

Il sommo Artusi - II

giovedì 19 novembre 2009

Bassitalia


Mario Schiano in una teatrale esecuzione del 1980 di un brano di Marcello Melis trasmesso una decina di anni dopo nella trasmissione Schegge Jazz.

mercoledì 18 novembre 2009

Il sommo Artusi - Migliaccio di Romagna



Trovandomi per le mani un'edizione del 1955 dell'Arte di mangiar bene del sommo Artusi ed uno Scanner Epson + OCR del 2009, perchè non cedere alla tentazione di condividere alcune sobrie ricette di cucina? Cominciamo con qualcosa di facile.
535. - Migliaccio di Romagna.
In Romagna le famiglie benestanti e i contadini lo macellano in casa, circostanza in cui si sciala più dell'usato e i ragazzi fanno baldoria. Questa è anche l'occasione opportuna per ricordarsi agli amici, a' parenti, alle persone colle quali si abbia qualche dovere da compiere, imperocché ad uno, per esempio, si mandano tre o quattro braciuole nella lombata, ad un altro un'ala di fegato, ad un terzo un piatto di buon migliaccio ; e la famiglia che queste cose riceve, si rammenta di fare, alla sua volta, altrettanto. « È pane da rendere e farina da imprestare, » direte voi ; ma frattanto sono usi che servono a tener deste le conoscenze e le amicizie fra le famiglie. Dopo questo preambolo, venendo a Nocco, eccovi la ricetta del migliaccio di Romagna il quale, per la sua nobiltà, non degnerebbe di riconoscer neppur per prossimo quello di farina dolce che girondola per le strade di Firenze :
Latte, decilitri N. 7.

Sangue di maiale disfatto, grammi 330.
Sapa, oppure miele sopraffine, grammi 200.
Mandorle dolci sbucciate, grammi 100.
Zucchero, grammi 100.
Pangrattato finissimo, grammi 80.
Candito, grammi 50.
Burro, grammi 50.
Spezie fini, due cucchiaini.
Cioccolata, grammi 100.
Noce moscata, un cucchiaino.

Una striscia di scorza di limone.
Pestate in un mortaio le mandorle insieme col candito, che avrete prima tagliato a pezzetti, bagnatele di tanto in tanto con qualche cucchiaino di latte e passatele per istaccio. Ponete il latte al fuoco con la buccia di limone, che poi va levata, e fatelo bollire per 10 minuti ; unite quindi al medesimo la cioccolata grattata, e quando questa sarà sciolta, levatelo dal fuoco e lasciatelo freddare un poco. Poi versate nello stesso vaso il sangue, già passato per istaccio, e tutti gli altri ingredienti serbando per ultimo il pangrattato, del quale, se fosse troppo, si può lasciare addietro una parte. Mettete il composto a cuocere a bagnomaria e rimuovetelo spesso col mestolo onde non si attacchi al vaso. La cottura e il grado di giusta densità che fa d'uopo, si conoscono dal mestolo che, lasciato in mezzo al composto, deve rimanere ritto. Se ciò non avviene, aggiungete il resto del pangrattato, supposto non l'abbiate versato tutto. Pel rimanente regolatevi come alla torta di ricotta N. 488, cioè versatelo in una teglia foderata colla pasta matta N. 118 e, quando sarà ben diaccio, tagliatelo a mandorle. Cuocete poco la pasta matta per poterla tagliar facilmente e non lasciate risecchire il migliaccio al fuoco, ma levatelo quando si estrae pulito un fuscello di granata immersovi. Se vi servite del miele invece della sapa, assaggiate avanti di aggiunger lo zucchero onde non riesca troppo dolce, e notate che uno de'pregi di questo piatto è che sia mantecato, cioè di composizione ben fine. Il timore di non essere inteso da tutti, nella descrizione di queste pietanze, mi fa scendere spesso a troppo minuti particolari, che risparmierei volentieri.

dato che questo testo presenta caratteristiche ipertestuali, verranno quanto prima forniti la torta di ricotta N.488 e la pasta matta N.118, ivi citati.



Se il maiale volasse
Non ci saria danar che lo pagasse ;
diceva un tale, e un altro : « II maiale, colle sue carni e colle manipolazioni a cui queste si prestano, vi fa sentire tanti sapori diversi quanti giorni sono nell'anno». Al lettore il decidere quale dei due sproloqui sia il più esatto : a me basta darvi un cenno delle così dette nozze del maiale, perché anche questo immondo animale fa ridere, ma solo come l'avaro, il giorno della sua morte.

Immagini di Palermo (quartiere di Buenos Aires)

(tratte da Pescadores Anonimos)





lunedì 16 novembre 2009

immagini

(di El Gloria)












. . . u n a n i m o d i f f i c i l e d a d e f i n i r e . . .

sabato 14 novembre 2009

"la mattina dopo tutta quella neve per lo smog era una merda grigia"

S: visto le foto?

g: sii
bellissime

quella degli alberi che danno sul rossiccio mi ha steso
veramente l'autunno lì è qualcosa

lì no?

suppongo che se uno si trova in qualche bel posto sì
qua la spazzatura uscita dai sacchetti rotti e sparsa sul marciapiede non cambia colore con le stagioni
magari l'odore, sì, può darsi, in estate l'odore è più profondo
non ho avuto molte occasioni di stare in qualche posto in mezzo alla natura in autunno
qualche volta, forse due, una o due volte in inverno
cazzo, non ci avevo mai pensato

mi rattristo

lascia perdere, mi sono già rattristato io

bene, allora lascio perdere

bene

mi ricordo qualche inverno in montagna
quando ero bambino

buhhh
aaa
snif snif
nggeeehh


ehm...

è passata

bene

quello che volevo dire è che autunno e inverno in città fanno cagare
quando vivevo a Milano nevicava frequentemente in inverno
adesso meno perché sono aumentate le temperature
non c'è neanche quasi più nebbia da quelle parti
ciò mi immalinconisce parecchio
ma voglio dire che
"che bello, nevica"
il primo giorno
la mattina dopo tutta quella neve per lo smog era una merda grigia

"la mattina dopo tutta quella neve per lo smog era una merda grigia"
è una frase bellissima


come sempre dipende dalle virgolette

certo
sono un virgolettatore di quelli buoni
ma sono molto migliore come "fraparentesizzatore"

(mi riferisco a mettere cose fra parentesi)

avevo capito

una piccola decontestualizzazion e quasi tutto diventa "notevole"

"avevo capito"

...

(ora ho paura a scrivere qualunque cosa)
un bella storia per un film
un virgolettatore seriale que terorizza la città
terrorizza
"terrorizza"
da ciò che hai scritto prima, si potrebbe estrapolare la regola che è il contesto che rende volgare ciò che si dice

piuttosto direi che le cose hanno significato per il loro contenitore
nelle parole è più evidente perché le parole manifestano idee

un minuto di Abdullah Ibrahim



Villa Ada, Roma, a few years ago

generazioni (3 in 6 cm)

a dimostrazione che sia El Gloria che Milo Temesvar sono anch'essi esseri umani, scaturiti da generazioni precedenti alla loro