Non certo allo scopo di favorire la perniciosa tendenza alla divagazione di questa cosa che ho chiamato macerie, vorrei aprire una piccola parentesi che riguarda quella tecnica fotografica surrealista chiamata Outagraphy inventata da Ted Joans, artista del quale da qualche parte si è già parlato.
In sostanza si tratta di scattare fotografie in cui il soggetto rimane fuori dall'inquadratura... Non ho trovato in rete opere di Ted Joans frutto di questa tecnica, e non è escluso che si sia limitato a teorizzarla.
Se qualcuno avesse qualcosa da segnalarmi al proposito, gliene sarò grato.
Sono comunque portato a pensare che una possibile applicazione dell'Outagraphy possa consistere nel fornire all'interno dell'inquadratura quegli elementi che siano sufficienti all'osservatore della foto per stabilire quale sia il soggetto, anche se non si vede; però non credo che basti fotografare l'ombra del proprio gatto sul muro e titolare la foto il mio gatto per fare dell'Outagraphy, non avrebbe molto di surrealista.
Peraltro Susan Sontag sostiene che la fotografia, in generale, è la sola arte naturalmente surreale (*). E questo taglierebbe la testa al toro.
Per quanto mi riguarda, ritengo però che da un certo punto di vista l'artista, in quanto proponente una sua visione della realtà, propone il proprio edonistico modo di vedere, insomma non fa altro che proporre se stesso.
Ma un se stesso che il più delle volte, nel caso del fotografo, non compare nell'inquadratura
Sulla base di questa considerazione mi sento di lanciarmi quindi in un'affermazione azzardatissima: la fotografia, intesa come disciplina, è quasi sempre Outagraphy, a meno che il fotografo non appaia nella foto; dovremmo quindi escludere per lo meno la categoria degli autoritratti.
Ma a suo tempo, in alcune foto della mia famosa (?) serie dei selfportraits ho modestamente tentato una specie di compromesso fra l'autoritratto e l'Outagraphy.
Vabbè, ma una volta enunciata questa specie di sillogismo, cosa c'entra l'Outagraphy con macerie?
Eccoci: chi ha seguito macerie dall'inizio sa che il tutto prende forma da quella foto della cresima e dalla testimonianza di Art Blakey immaginata da El Gloria, che finisce per concentrare la sua allucinata attenzione sulla figura del fotografo. Che, in quanto fotografo, è "off", non c'è.
(*) S.Sontag. Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra società.
giovedì 5 maggio 2011
domenica 1 maggio 2011
sabato 30 aprile 2011
lunedì 25 aprile 2011
domenica 24 aprile 2011
sabato 23 aprile 2011
giovedì 21 aprile 2011
MACERIE di Pasqua
Andrò per qualche giorno in campagna, pertanto ho programmato per il periodo di assenza la pubblicazione di qualche maceria.
La pertinenza e l'interestingness di questi documenti nel contesto di MACERIE saranno da verificare in un secondo tempo, però intanto io metto online.
Cominciamo subito con questo:
giusto per chiarire che non siamo qui a raddrizzare chiavi di Sol (to straighten G-keys)...
La pertinenza e l'interestingness di questi documenti nel contesto di MACERIE saranno da verificare in un secondo tempo, però intanto io metto online.
Cominciamo subito con questo:
giusto per chiarire che non siamo qui a raddrizzare chiavi di Sol (to straighten G-keys)...
sabato 16 aprile 2011
martedì 12 aprile 2011
MACERIE // meglio una buona domanda che tante risposte così così
Però effettivamente qui si rischia di avere solo domande; una certa tendenza a divagare sta rischiando di far perdere di vista gli obiettivi (e per chi fa fotografie è un guaio) e anche da dove siamo partiti.
In effetti.
Era arrivato il momento di rimettere insieme, per quanto possibile, alcune delle personalità nelle quali mi ero replicato, ogni volta in modo un pò diverso, nel corso del tempo: mi riferisco a quelle che ho sparso senza ritegno nella rete, a partire per esempio delle due su Flickr, di cui una è diventata co-autrice di blog, e quell'altra su Facebook, che era frutto di un processo di involuzione finalizzato ad adattarsi allo scarso spessore della piattaforma.
Effettivamente Jeremy X sono riuscito a escluderlo da Nulla, mentre mantiene una sua presenza strumentale da altre parti e la presenza su FB è diventata una via di mezzo fra quello che era prima e la personalità di partenza (semplifico, evitando di affrontare le problematiche per una definizione precisa della medesima).
Solo che nel momento in cui questo progetto, meditato a lungo, aveva sorpassato lo studio di fattibilità e si stava avviando ad una prima fase realizzativa, si è materializzata la testimonianza.
Il tema del doppio si è ripresentato in maniera abbastanza inquietante (un non-gemello, o un gemello più grande, se vogliamo) ma non poteva essere messo da parte; tutto è rimasto un pò sospeso, la tendenza a scindersi e quella a riunificarsi, a riconfluirsi, convivono, come biforcazioni di una unica pulsione primaria.
Non è il momento delle risposte, e non lo sarà finchè non avrò capito almeno qual'è la domanda giusta.
In effetti.
Era arrivato il momento di rimettere insieme, per quanto possibile, alcune delle personalità nelle quali mi ero replicato, ogni volta in modo un pò diverso, nel corso del tempo: mi riferisco a quelle che ho sparso senza ritegno nella rete, a partire per esempio delle due su Flickr, di cui una è diventata co-autrice di blog, e quell'altra su Facebook, che era frutto di un processo di involuzione finalizzato ad adattarsi allo scarso spessore della piattaforma.
Effettivamente Jeremy X sono riuscito a escluderlo da Nulla, mentre mantiene una sua presenza strumentale da altre parti e la presenza su FB è diventata una via di mezzo fra quello che era prima e la personalità di partenza (semplifico, evitando di affrontare le problematiche per una definizione precisa della medesima).
Solo che nel momento in cui questo progetto, meditato a lungo, aveva sorpassato lo studio di fattibilità e si stava avviando ad una prima fase realizzativa, si è materializzata la testimonianza.
Il tema del doppio si è ripresentato in maniera abbastanza inquietante (un non-gemello, o un gemello più grande, se vogliamo) ma non poteva essere messo da parte; tutto è rimasto un pò sospeso, la tendenza a scindersi e quella a riunificarsi, a riconfluirsi, convivono, come biforcazioni di una unica pulsione primaria.
Non è il momento delle risposte, e non lo sarà finchè non avrò capito almeno qual'è la domanda giusta.
Etichette:
continua,
Milo Temesvar cerca se stesso
lunedì 4 aprile 2011
MACERIE // ciò che viene dopo
Titolo alternativo: quell'armonica
o anche: Back in the ČSSR.
Ecco due giovani turisti, uno all'apparenza germanico ma romano a tutti gli effetti, l'altro di origini incerte ma dall'aspetto decisamente abbruzzese; nessuno dei due poteva essere scambiato per russo, e ciò era positivo, dovendo intrattenere rapporti con i locali, nella Praga dell'84 della Repubblica Socialista Cecoslovacca.
Praghesi apparentemente non troppo disponibili nei confronti degli stranieri, per lo meno all'aperto, e più propensi ad attaccare discorso, con fare cospirativo, in certi locali dove la birra facilitava l'eloquio.
Una Praga da fotografare in bianco e nero, ben diversa da quella, eccessivamente a colori che avrei ritrovato10 anni dopo, con i McDonald's e i Pizza Hut.
Quasi ora di cena. Al ritorno da un giro nel quartiere ebraico, i due turisti sono in attesa alla fermata del tram che li avrebbe riportati in albergo. Le ombre della sera si allungano lentamente ma diventano improvvisamente protagoniste nel momento in cui, inaspettate, si spengono le luci dei lampioni ed anche le finestre delle case del centro piombano nel buio. La parola black-out è internazionale ed è l'unica comprensibile dai commenti dei passanti. In mancanza di informazioni più dettagliate, aspettare il tram a questo punto non è più realistico ed i due turisti si accingono a raggiungere a piedi la Sokolovská, l'arteria che dal centro diparte verso l'hotel. La strada è illuminata dalla residua luce serale e dai fari delle auto e di taxi liberi non ne passano.
Ci sono entità che si risvegliano nei momenti più impensati, se solo le condizioni lo permettono:
You know 'bout that babe, Lord, I had them old walkin' blues
dei due ragazzi in cammino, quello dall'aspetto abbruzzese, da sempre restio ad esibirsi in pubblico, estrae dalla tasca dei jeans la blues harp ed intona un riff, ripetendolo e variandolo di volta in volta con svisature diverse; dal buio lato opposto della strada, un gruppo di ragazzi approva ed incita commentando con frasi incomprensibili.
Quell'armonica era una Tombo Folk Blues, un prodotto giapponese di ottima fattura.
Ne vediamo una versione aggiornata nel sito giapponese della Tombo:
Facciamo un salto nel tempo e nello spazio: 27 anni dopo, a Buenos Aires torna ad esibirsi, dopo un lungo intervallo, la Waitsed, band dedita alle cover di Tom Waits; chi non l'avesse fatto può assistere in questo video allo strumentale d'apertura del concerto. Seminascosto dal sassofonista El Guardian de la Maldita Ota, si ascolta El Gloria, ex bassista del gruppo, impegnato in un solo all'armonica. L'unico, in verità, dovendo ripiegare negli altri brani sul bongo, per ragioni di amplificazione.
Bene, quell'armonica era quell'armonica.
Regalai a El Gloria lo strumento, già usatissimo, durante un viaggio a Buenos Aires nei primissimi anni novanta, quando nè lui era El Gloria, nè io ero Milo Temesvar. Data la varietà e la quantità di strumenti musicali di cui disponeva il cugino in quell'epoca, mi sembrava atipico che non avesse una blues harp.
Ma l'ho reincontrata, nel viaggio di qualche mese fa, a casa di El Gloria, anche se in condizioni forse non ottimali:
o anche: Back in the ČSSR.
Ecco due giovani turisti, uno all'apparenza germanico ma romano a tutti gli effetti, l'altro di origini incerte ma dall'aspetto decisamente abbruzzese; nessuno dei due poteva essere scambiato per russo, e ciò era positivo, dovendo intrattenere rapporti con i locali, nella Praga dell'84 della Repubblica Socialista Cecoslovacca.
Praghesi apparentemente non troppo disponibili nei confronti degli stranieri, per lo meno all'aperto, e più propensi ad attaccare discorso, con fare cospirativo, in certi locali dove la birra facilitava l'eloquio.
Una Praga da fotografare in bianco e nero, ben diversa da quella, eccessivamente a colori che avrei ritrovato10 anni dopo, con i McDonald's e i Pizza Hut.
Quasi ora di cena. Al ritorno da un giro nel quartiere ebraico, i due turisti sono in attesa alla fermata del tram che li avrebbe riportati in albergo. Le ombre della sera si allungano lentamente ma diventano improvvisamente protagoniste nel momento in cui, inaspettate, si spengono le luci dei lampioni ed anche le finestre delle case del centro piombano nel buio. La parola black-out è internazionale ed è l'unica comprensibile dai commenti dei passanti. In mancanza di informazioni più dettagliate, aspettare il tram a questo punto non è più realistico ed i due turisti si accingono a raggiungere a piedi la Sokolovská, l'arteria che dal centro diparte verso l'hotel. La strada è illuminata dalla residua luce serale e dai fari delle auto e di taxi liberi non ne passano.
Ci sono entità che si risvegliano nei momenti più impensati, se solo le condizioni lo permettono:
You know 'bout that babe, Lord, I had them old walkin' blues
dei due ragazzi in cammino, quello dall'aspetto abbruzzese, da sempre restio ad esibirsi in pubblico, estrae dalla tasca dei jeans la blues harp ed intona un riff, ripetendolo e variandolo di volta in volta con svisature diverse; dal buio lato opposto della strada, un gruppo di ragazzi approva ed incita commentando con frasi incomprensibili.
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| La Sokolovská |
Quell'armonica era una Tombo Folk Blues, un prodotto giapponese di ottima fattura.
Ne vediamo una versione aggiornata nel sito giapponese della Tombo:
Facciamo un salto nel tempo e nello spazio: 27 anni dopo, a Buenos Aires torna ad esibirsi, dopo un lungo intervallo, la Waitsed, band dedita alle cover di Tom Waits; chi non l'avesse fatto può assistere in questo video allo strumentale d'apertura del concerto. Seminascosto dal sassofonista El Guardian de la Maldita Ota, si ascolta El Gloria, ex bassista del gruppo, impegnato in un solo all'armonica. L'unico, in verità, dovendo ripiegare negli altri brani sul bongo, per ragioni di amplificazione.
Bene, quell'armonica era quell'armonica.
Regalai a El Gloria lo strumento, già usatissimo, durante un viaggio a Buenos Aires nei primissimi anni novanta, quando nè lui era El Gloria, nè io ero Milo Temesvar. Data la varietà e la quantità di strumenti musicali di cui disponeva il cugino in quell'epoca, mi sembrava atipico che non avesse una blues harp.
Ma l'ho reincontrata, nel viaggio di qualche mese fa, a casa di El Gloria, anche se in condizioni forse non ottimali:
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Sokolovská,
Waitsed
giovedì 31 marzo 2011
Prefazione (in blues) a ciò che viene dopo
Nel corso degli anni ho accumulato un certa quantità di armoniche (*).
In questo post vorrei presentare alcune delle più significative.
Nella prima foto l'antesignana, la prima di tutte, comprata quando avevo circa 20 anni, quindi già in età molto avanzata per iniziare a suonare. Comunque sia, mi presentai in un negozio di strumenti musicali (che non esiste più) del quartiere Trieste; avevo un registratore portatile a cassette con dentro un nastro registrato ad un concerto della Hard Time Blues Band di Enrico Micheletti. Accesi l'apparecchio davanti al negoziante e gli dissi "voglio suonare questo pezzo"; si udì una breve introduzione all'armonica che anticipava uno slow blues; "cosa devo comprare?". Il tizio estrasse una serie di blues harp dalle loro custodie e le provò una per una con una specie di soffietto finchè decise che era un blues in RE, visto che andava bene col suono che usciva dall'armonica in RE. Lui non sapeva, ed io lo scoprii tempo dopo, che nella second position, la più battuta, con l'armonica in RE ci accompagni un blues in LA. Ma tant'è: avevo la mia prima armonica, una Echo Super Vamper della Hohner.
Anyway, per chi non lo sapesse, esistono 12 posizioni, il che permette in teoria con una qualunque armonica di suonare in una qualunque tonalità. IN TEORIA.
La foto che segue illustra la Little Lady, regalo di un'amica, ed una Hohner nera in SOL per serate eleganti.
Qui, con sullo sfondo alcune blues harp cinesi, spicca una mitica Marine Band 364. Suonarla mi provoca uno sdoppiamento di personalità e rispondo solo al nome di Sonny Boy Williamson III.
(*) oltre ad un cumulo di armoniche semidistrutte o smontate che conservo per realizzare un progetto che non ho ancora messo bene a fuoco.
In questo post vorrei presentare alcune delle più significative.
Nella prima foto l'antesignana, la prima di tutte, comprata quando avevo circa 20 anni, quindi già in età molto avanzata per iniziare a suonare. Comunque sia, mi presentai in un negozio di strumenti musicali (che non esiste più) del quartiere Trieste; avevo un registratore portatile a cassette con dentro un nastro registrato ad un concerto della Hard Time Blues Band di Enrico Micheletti. Accesi l'apparecchio davanti al negoziante e gli dissi "voglio suonare questo pezzo"; si udì una breve introduzione all'armonica che anticipava uno slow blues; "cosa devo comprare?". Il tizio estrasse una serie di blues harp dalle loro custodie e le provò una per una con una specie di soffietto finchè decise che era un blues in RE, visto che andava bene col suono che usciva dall'armonica in RE. Lui non sapeva, ed io lo scoprii tempo dopo, che nella second position, la più battuta, con l'armonica in RE ci accompagni un blues in LA. Ma tant'è: avevo la mia prima armonica, una Echo Super Vamper della Hohner.
Anyway, per chi non lo sapesse, esistono 12 posizioni, il che permette in teoria con una qualunque armonica di suonare in una qualunque tonalità. IN TEORIA.
La foto che segue illustra la Little Lady, regalo di un'amica, ed una Hohner nera in SOL per serate eleganti.
Qui, con sullo sfondo alcune blues harp cinesi, spicca una mitica Marine Band 364. Suonarla mi provoca uno sdoppiamento di personalità e rispondo solo al nome di Sonny Boy Williamson III.
Introdotto l'argomento, nel prossimo post non si parlerà di armoniche, ma di quell'armonica.
(*) oltre ad un cumulo di armoniche semidistrutte o smontate che conservo per realizzare un progetto che non ho ancora messo bene a fuoco.
domenica 27 marzo 2011
Esperimento in diretta chat
a unanime richiesta riprende la pubblicazione dei dialoghi transoceanici fra Milo Ionesco e Samu El Gloria Beckett
sicuramente qualcosa metterò nei prossimi giorni nel blog:
un paio di video che ho fatto con Tomas
uno dei miei tipici interventi rumoristici col basso ed il ragazzino che gestisce sulla laptop alcuni rumori che avevo precedentemente registrato
uh
bene
invece io oggi
per la prima volta nella putalife
proverò il mate cocido
ah, bene
sommamente sperimentale
si
ci sarà documentazione dell'evento?
mmmhhh
non ci avevo pensato
certo che non va bene nè per nadanullasounds
e neanche per nadanullaimages
no, è un classico evento stupido di quelli di nadanulla
dovremo fare un blog solo per quello?
nadanullamate
è un aneddoto di quelli in cui non succede un tubo
lo provi amaro o zuccherato?
dammi più elementi riguardo alla situazione
guarda
non credo amaro
lo proverò amaro e poi sicuramente ci aggiungerò zucchero
o miele
il mate cocido si può bere caldo
a me piace amaro
ma anche dolce
si può lasciar raffreddare
metterlo in frigo e zuccherarlo parecchio
è buono
si, stavo leggendo appunto questo nelle istruzioni
questa prima volta lo berrò caldo
ce l'hai nei filtri?
si
bene
non lasciarceli troppo
il mate ha la particolarità di colorare per molto tempo
non come il tè
che infonde tutto subito
per questo va bene berlo con la bombilla
cebandolo un po' per volta
se lasci il sacchetto più di 5 minuti diventerà una vernice cinese verdastra
imbevibile
e oltretutto è corrosivo per lo stomaco
qui dice 3 minuti
perfetto
bene
metto l'acqua sul fuoco
sacchetto nell'acqua bollente
tic tac tic tac
che emozione
pronto
dai
troppo caldo
soffiaci e mescolalo
sa...
sa di...
di...
di...
MATE
uh
interessante
ora l'ho bevuto amaro
sembra essere un po'...
un po'...
amaro
AMARO
certo
non so se metterci lo zucchero
o il miele
servilo in tre tazzine
e provalo
in una amaro
in un altra col miele
e nell'altra con lo zucchero
"La cerimonia del mate"
Film di Milo Bertolucci
uau
appassionante
l'ha provato anche V...
"sembra di bere fieno"
...
bevete fieno da quelle parti?
no
Brian Fieno? il famoso musicista e produttore di musica ambientale naturista?
(ne sta lentamente uscendo un post)
si vede che anche V ha i suoi superpoteri inutili, come noi
"conosce il sapore del fieno senza averlo mai bevuto"
come sempre, le donne sono superiori in tutto
certo
anche nelle cose inutili
potrei dire: "soprattutto nelle cose inutili"
però sarebbe politicamente scorrettissimo
si
questo non lo scrivo
no
soprattutto per Carmencita, hai visto com'è sensibile
(questo nemmeno lo scrivo)
sicuramente qualcosa metterò nei prossimi giorni nel blog:
un paio di video che ho fatto con Tomas
uno dei miei tipici interventi rumoristici col basso ed il ragazzino che gestisce sulla laptop alcuni rumori che avevo precedentemente registrato
uh
bene
invece io oggi
per la prima volta nella putalife
proverò il mate cocido
ah, bene
sommamente sperimentale
si
ci sarà documentazione dell'evento?
mmmhhh
non ci avevo pensato
certo che non va bene nè per nadanullasounds
e neanche per nadanullaimages
no, è un classico evento stupido di quelli di nadanulla
dovremo fare un blog solo per quello?
nadanullamate
è un aneddoto di quelli in cui non succede un tubo
lo provi amaro o zuccherato?
dammi più elementi riguardo alla situazione
guarda
non credo amaro
lo proverò amaro e poi sicuramente ci aggiungerò zucchero
o miele
il mate cocido si può bere caldo
a me piace amaro
ma anche dolce
si può lasciar raffreddare
metterlo in frigo e zuccherarlo parecchio
è buono
si, stavo leggendo appunto questo nelle istruzioni
questa prima volta lo berrò caldo
ce l'hai nei filtri?
si
bene
non lasciarceli troppo
il mate ha la particolarità di colorare per molto tempo
non come il tè
che infonde tutto subito
per questo va bene berlo con la bombilla
cebandolo un po' per volta
se lasci il sacchetto più di 5 minuti diventerà una vernice cinese verdastra
imbevibile
e oltretutto è corrosivo per lo stomaco
qui dice 3 minuti
perfetto
bene
metto l'acqua sul fuoco
sacchetto nell'acqua bollente
tic tac tic tac
che emozione
pronto
dai
troppo caldo
soffiaci e mescolalo
sa...
sa di...
di...
di...
MATE
uh
interessante
ora l'ho bevuto amaro
sembra essere un po'...
un po'...
amaro
AMARO
certo
non so se metterci lo zucchero
o il miele
servilo in tre tazzine
e provalo
in una amaro
in un altra col miele
e nell'altra con lo zucchero
"La cerimonia del mate"
Film di Milo Bertolucci
uau
appassionante
l'ha provato anche V...
"sembra di bere fieno"
...
bevete fieno da quelle parti?
no
Brian Fieno? il famoso musicista e produttore di musica ambientale naturista?
(ne sta lentamente uscendo un post)
si vede che anche V ha i suoi superpoteri inutili, come noi
"conosce il sapore del fieno senza averlo mai bevuto"
come sempre, le donne sono superiori in tutto
certo
anche nelle cose inutili
potrei dire: "soprattutto nelle cose inutili"
però sarebbe politicamente scorrettissimo
si
questo non lo scrivo
no
soprattutto per Carmencita, hai visto com'è sensibile
(questo nemmeno lo scrivo)
giovedì 17 marzo 2011
domenica 13 marzo 2011
EBBENE SI' CONTINUA.... (b)
Dei due individui, al momento, non ho memoria. Tuttavia secondo me le ore erano quattro, non cinque, novità che posizionerei un po' più avanti, verso il liceo. O forse qualche giorno al settimana, non tutti, alle medie.
Il Refini, minacciava in continuazione di appenderci fuori dalla finestra. Minaccia che in terza aveva un minimo effetto. Già meno in quarta. Per nulla in quinta, quando oramai la maggior parte di noi era più alta di lui.
Egli inoltre disponeva di una Cortina azzurrina, carta da zucchero, direi; vettura che ritengo avesse un certo successo con quella generazione di insegnanti, giacché la mia signora dice averne avuta una anche il suocero (sebbene non se ne vanti, anzi, e faccia di tutto per tenerlo nascosto, la signora intendo).
Di sicuro anni dopo, direi verso il 20 MNC (ritengo utile in questa vicenda non usare il calendario gregoriano ma stabilire come anno zero la partenza di Milo da Milano per Roma: quindi 20 MNC è l'anno 20 di Milo Nella Capitale; il 1967 gregoriano dovrebbe essere a occhio e croce l'anno 5 MAM) per un periodo, Piazza Leonardo è stata luogo molto cosmopolita, nel quale era facile trovare sostanze di varia natura. Ma la frequentavo poco e non posso dire se Art e Don fossero in zona
Il Refini, minacciava in continuazione di appenderci fuori dalla finestra. Minaccia che in terza aveva un minimo effetto. Già meno in quarta. Per nulla in quinta, quando oramai la maggior parte di noi era più alta di lui.
Egli inoltre disponeva di una Cortina azzurrina, carta da zucchero, direi; vettura che ritengo avesse un certo successo con quella generazione di insegnanti, giacché la mia signora dice averne avuta una anche il suocero (sebbene non se ne vanti, anzi, e faccia di tutto per tenerlo nascosto, la signora intendo).
Di sicuro anni dopo, direi verso il 20 MNC (ritengo utile in questa vicenda non usare il calendario gregoriano ma stabilire come anno zero la partenza di Milo da Milano per Roma: quindi 20 MNC è l'anno 20 di Milo Nella Capitale; il 1967 gregoriano dovrebbe essere a occhio e croce l'anno 5 MAM) per un periodo, Piazza Leonardo è stata luogo molto cosmopolita, nel quale era facile trovare sostanze di varia natura. Ma la frequentavo poco e non posso dire se Art e Don fossero in zona
APPENDICE AL POST PRECEDENTE, PUR GODENDO DI UNA SUA AUTONOMIA TEMATICA
In effetti in quegli anni non mancarono le svolte epocali. Un avvenimento al quale non possiamo non riconoscere una sua epocalità, fu l'invasione dei tupperware. Coetanei ricorderanno che insospettabili mamme di compagni di classe, di botto, risultarono essere arruolate come venditrici di contenitori di plastica per alimenti e presero a organizzare incontri dimostrativi nelle loro case; qualcosa del genere avvenne alcuni anni dopo quando prese piede improvvisamente un'epidemia che portò conseguenze non piacevoli: molte conoscenti di sesso femminile scoprirono di essere rappresentanti Avon.
Però secondo me, quanto ad impatto devastante sulle nostre esistenze, niente a che vedere con il caso dei tupperware. Certo, in seguito c'è stato fornito di peggio: nella seconda metà degli anni '70, per esempio, la truffa della riscoperta del privato, il cosiddetto riflusso... va bè, niente polemiche e torniamo ai nostri contenitori che col tempo si sono evoluti fino a diventare di vetro, ma sempre col loro tappo di plastica. Negli anni successivi tanti altri produttori si cimentarono ma, per estensione, vennero identificati come tupperware anche contenitori simili di altre marche.
Noi ragazzini di quell'epoca sapevamo benissimo che si diceva TAPPER-UER, figuriamoci, alcuni già prendevano lezioni di inglese. Ma dicevamo lo stesso TUPPER-UARE, scandendo bene, e magari con un ghigno, semplicemente perchè era più comico; ma questa, adesso possiamo dirlo, in alcuni singoli casi, fu sintomo di una precoce personalità eversiva.
(Un post scritto in campagna, di poca grinta e un po' rattrappito dal freddo - ed anche il regime alimentare non aiuta).
P.S. comunque ho deciso, CONTINUA cambia nome e si chiamerà MACERIE.
Però secondo me, quanto ad impatto devastante sulle nostre esistenze, niente a che vedere con il caso dei tupperware. Certo, in seguito c'è stato fornito di peggio: nella seconda metà degli anni '70, per esempio, la truffa della riscoperta del privato, il cosiddetto riflusso... va bè, niente polemiche e torniamo ai nostri contenitori che col tempo si sono evoluti fino a diventare di vetro, ma sempre col loro tappo di plastica. Negli anni successivi tanti altri produttori si cimentarono ma, per estensione, vennero identificati come tupperware anche contenitori simili di altre marche.
Noi ragazzini di quell'epoca sapevamo benissimo che si diceva TAPPER-UER, figuriamoci, alcuni già prendevano lezioni di inglese. Ma dicevamo lo stesso TUPPER-UARE, scandendo bene, e magari con un ghigno, semplicemente perchè era più comico; ma questa, adesso possiamo dirlo, in alcuni singoli casi, fu sintomo di una precoce personalità eversiva.
(Un post scritto in campagna, di poca grinta e un po' rattrappito dal freddo - ed anche il regime alimentare non aiuta).
P.S. comunque ho deciso, CONTINUA cambia nome e si chiamerà MACERIE.
EBBENE SI', CONTINUA...
Qualche giorno in campagna, a godere del freddo, assolato e deinternettizzato, sano e ricostituente, di quel versante delle Marche, ed eccomi di nuovo nella Capitale, temendo l'insano e deprimente inizio della primavera, già foriera del risveglio delle estive tendenze alla caciaroneria di una prevalente minoranza di cittadini. (*) L' intervallo campagnolo, fra le altre cose, mi ha permesso di recuperare il numero di Musica Jazz al quale ho accennato all'inizio di questa cosa che ho chiamato CONTINUA (a proposito, è un nome veramente brutto, sto pensando di cambiarlo). Ecco la pagina alla quale mi riferivo.
Bene.
Bien.
Well.
Visto che nelle discografie dei due protagonisti non ho individuato registrazioni che potessero indicare se si trovassero effettivamente da un'altra parte, non c'è ragione per non datare al maggio del '67 quel dialogo fra Art Blakey e Don Byas in "un parco di Milano". Immagino che probabilmente esiste qualche posto che si chiama Milano anche negli USA o in qualche altra parte del globo, ma ciò non mi impedisce di supporre che quel "parco di Milano" fosse, chessò, Piazza Leonardo Da Vinci.
In quell'epoca frequentavo con un certo successo le elementari (dovevo essere in quarta, o giù di lì) presso la scuola Leonardo da Vinci, i cui portoni si aprivano sull'ampia piazza omonima. I primi due anni delle elementari per maestra avemmo "la" Belloni, che ricordo come signora un pò in carne e dall'atteggiamente tendenzialmente materno. Veniva da Lodi, se non erro.
In terza fummo investiti dalla necessità di una crescita responsabilizzante, e non solo per il passaggio dal grembiulino nero alla divisa grigiastra, ma soprattutto per l'avvicendamento alla guida della classe del nuovo maestro, "il" Refini. La nuova gestione era caratterizzata da una impostazione un po' più rude del rapporto maestro-studente; essere considerati "ometti", così, di punto in bianco, fu un'esperienza a cui alcuni di noi non erano preparati; altri, invece, ne furono entusiasti, ed esaltati.
"Il" Refini era aretino, e, in quanto tale, indiscutibile depositario del corretto utilizzo della lingua italiana; in particolare non nascondeva di aborrire quella pronuncia vagamente aperta delle vocali che segnava la parlata di noi studentelli meneghini.
Insomma, cambiamenti che, per usare un termine che ai giorni nostri va forte, andrebbero definiti "epocali".
Si esce di scuola alla fine della quinta ora e ci si sparpaglia; fuori parecchi genitori che aspettano; io sono fra quelli che, abitando non tanto lontano, generalmente tornano a casa a piedi, o col tram se fa brutto; in entrambi i casi non ho bisogno di attraversare completamente la piazza, ed è forse per questa ragione che non noto quei due signori di colore, lo smilzo, e quello un po' più vecchio ma soprattutto invecchiato, che discutono percorrendo un vialetto; l'uno con incedere dinoccolato e nervoso, l'altro più appesantito.
Sicuramente se li avessi incrociati mi sarebbero rimasti impressi e l'avrei raccontato in giro: Milano non era poi così cosmopolita, in quegli anni. Ma forse c'è qualcuno, da qualche parte, che ricorda qualcosa.
(*) Un ritorno vieppiù intriso di incazzitudine, dato che mentre andiamo via noi, in paese arriva la tappa della Tirreno-Adriatico. Ma non potevano dirlo prima che mi organizzavo diversamente?
Bene.
Bien.
Well.
Visto che nelle discografie dei due protagonisti non ho individuato registrazioni che potessero indicare se si trovassero effettivamente da un'altra parte, non c'è ragione per non datare al maggio del '67 quel dialogo fra Art Blakey e Don Byas in "un parco di Milano". Immagino che probabilmente esiste qualche posto che si chiama Milano anche negli USA o in qualche altra parte del globo, ma ciò non mi impedisce di supporre che quel "parco di Milano" fosse, chessò, Piazza Leonardo Da Vinci.
In quell'epoca frequentavo con un certo successo le elementari (dovevo essere in quarta, o giù di lì) presso la scuola Leonardo da Vinci, i cui portoni si aprivano sull'ampia piazza omonima. I primi due anni delle elementari per maestra avemmo "la" Belloni, che ricordo come signora un pò in carne e dall'atteggiamente tendenzialmente materno. Veniva da Lodi, se non erro.
In terza fummo investiti dalla necessità di una crescita responsabilizzante, e non solo per il passaggio dal grembiulino nero alla divisa grigiastra, ma soprattutto per l'avvicendamento alla guida della classe del nuovo maestro, "il" Refini. La nuova gestione era caratterizzata da una impostazione un po' più rude del rapporto maestro-studente; essere considerati "ometti", così, di punto in bianco, fu un'esperienza a cui alcuni di noi non erano preparati; altri, invece, ne furono entusiasti, ed esaltati.
"Il" Refini era aretino, e, in quanto tale, indiscutibile depositario del corretto utilizzo della lingua italiana; in particolare non nascondeva di aborrire quella pronuncia vagamente aperta delle vocali che segnava la parlata di noi studentelli meneghini.
Insomma, cambiamenti che, per usare un termine che ai giorni nostri va forte, andrebbero definiti "epocali".
Si esce di scuola alla fine della quinta ora e ci si sparpaglia; fuori parecchi genitori che aspettano; io sono fra quelli che, abitando non tanto lontano, generalmente tornano a casa a piedi, o col tram se fa brutto; in entrambi i casi non ho bisogno di attraversare completamente la piazza, ed è forse per questa ragione che non noto quei due signori di colore, lo smilzo, e quello un po' più vecchio ma soprattutto invecchiato, che discutono percorrendo un vialetto; l'uno con incedere dinoccolato e nervoso, l'altro più appesantito.
Sicuramente se li avessi incrociati mi sarebbero rimasti impressi e l'avrei raccontato in giro: Milano non era poi così cosmopolita, in quegli anni. Ma forse c'è qualcuno, da qualche parte, che ricorda qualcosa.
(*) Un ritorno vieppiù intriso di incazzitudine, dato che mentre andiamo via noi, in paese arriva la tappa della Tirreno-Adriatico. Ma non potevano dirlo prima che mi organizzavo diversamente?
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Musica Jazz
sabato 5 marzo 2011
martedì 1 marzo 2011
nada//nulla images
Nell'ambito della riorganizzazione dei contenuti (passati e futuri) di nada//nulla productions, apre oggi al pubblico il nuovo spazio espositivo nada//nulla images.
domenica 27 febbraio 2011
nada//nulla sounds & videos
PVCInauguriamo il nuovo spazio nada//nulla sounds & videos con questo nuovo prodotto audiovisivo, su musica di El Gloria.
Ecco i primi effetti dello sproloquio del post precedente...
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Milo Temesvar cineasta,
nada//nulla sounds
Calma, non c'è NULLA di cui spaventarsi...

Approfittando del periodo di apparente invisibilità (insomma, poche visite) di questo blog, e un po' anche del blog cugino dell'altro emisfero, ho proposto al co-autore El Gloria una ristrutturazione dei post passati e futuri della produzione nada//nulla; l'idea l'avevo da tempo: secondo una mia analisi non proprio superficiale, il visitatore tipico di blogs in genere se non vuole proprio qualcosa di preciso, comunque ha almeno una vaga idea di quello che sta cercando, e capitando su Nulla, è facile che venga colpito da una sorta di spaesamento, dovuta:
a) ad una strana sensazione di eterogeneità dei contenuti espressi, che associata
b) ad una tendenziale cripticità dei medesimi
ingenera un'immediato sconforto e, sfruttando magari la colonnina dei link sulla destra, conseguente fuga su altri siti (senza lasciare, nella fretta, non dico un commento ma nemmeno un insulto negli appositi spazi).
Immagino un paio di osservazioni che potrebbero essermi fatte:
1) parlare di "apparente invisibilità" è un po' come decidere di cenare con le trenette al pesto, senza aver controllato se c'è il pesto in frigo;
2) se i "contenuti" sono quelli, non è che spostandoli o cambiando il contenitore la situazione possa migliorare più di tanto;
ciò che posso rispondere è che: 1) ho controllato, il pesto in frigo ce l'ho e 2) non è vero, c'è l'esempio del sacco di letame che è molto calzante: sigillato nella sua confezione così come te l'hanno venduto il letame non serve a niente, ma versato sullo zerbino dei tuoi vicini più antipatici, non mancherà di produrre il suo effetto.
E per quanto riguarda la cripticità, quella no, è una caratteristica alla quale non possiamo rinunciare, essendo fondante, per cosiddire; è ormai un pò il collante che tiene insieme tutto quanto.
Comunque.
Ho cominciato a lavorare su questa cosa della ristrutturazione, il che vuol dire che siamo in piena fase di transizione da un modus operandi all'altro; ciò potrebbe causare (ulteriori) disagi ai visitatori abituali, che in certi casi dovranno fare un clic in più; un pò meno disagi per i visitatori disabituali o casuali, la cui tendenza alla fuga immediata in questa fase sperimentale non dovrebbe subire variazioni.
Comunque è inutile fare anticipazioni o previsioni: i cambiamenti si vedranno in corso d'opera, chi visiterà vedrà, e, come sempre, commenti e suggerimenti saranno benvenuti.
Se poi questi miglioramenti dovessero rivelarsi catastrofici, tornerà tutto come prima.
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