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mercoledì 23 novembre 2011

Macerie: i cani dopo


Un breve excursus sui Cani Successivi:

Molti anni dopo Black, un altro cocker:

Till, l'Esagerato Contestatore Olandese, il Cane Filodrammatico, certo un tipico Cane Anni Settanta.
Till

Till
Si passa poi alla Dinastia dei Maremmani.

Dick e Lady preesistevano al mio primo periodo di frequentazione di Raymond Castle e della Contessa V, e con loro ho avuto un rapporto di rispettosa convivenza.


Dick
(La Forza, l'Equilibrio e la Riservatezza)

Lady (o Desi, o Lady Daisy)
(la Prepotente e Possessiva)
Ed infine Artù (o Arturo).
Artù è stato invece un Mio Cane Condiviso a tutti gli effetti anche se non convivente; aveva preso residenza  in campagna ma ci si frequentava spesso.
Artù: l'Allegro, l'Affettuoso, l'Atletico. L'Atipico.
Artù in un ritratto giovanile

In azione

lunedì 21 novembre 2011

Macerie: il cane numero uno


Trovo cose: questo foglio è una specie di certificato di nascita del cane numero uno, o forse cane numero zero, considerando che quando sono nato lui era già in casa. Un cocker, questo Black, di cui ho anche una o due foto, in qualche album, dentro qualche scatolone, in un magazzino. Salteranno fuori.
Il foglio mi riporta alla mente ciò che mi raccontavano i miei riguardo questo cane. Comprato dal proprietario siriano di un negozio di scarpe di Quilmes, era di indole mansueta ma il mio arrivo a casa provocò in lui delle evidenti crisi di gelosia, che lo spinsero ad architettare e mettere in pratica numerosi furti ai danni di accessori di mia pertinenza (*). Si deduce dal foglio che aveva compiuto un anno da poco al mio arrivo in quella villetta di Quilmes.
Circa un anno dopo la mia nascita ci stavamo già trasferendo a Firenze, e Black fu lasciato in buone mani, presso amici di famiglia. Per uno come me particolarmente cagionevole di sensi di colpa, mi sembra abbastanza.

Ah, quell'indirizzo di Mar del Plata (San Juan 2166) non so a cosa si riferisca. Se qualcuno avesse la ventura di passare da quelle parti, dia un'occhiata e mi facesse sapere, per favore.



(*) Sì, esatto, soprattutto pannolini, 'mbè?

mercoledì 26 ottobre 2011

Eccola una risposta, mettiamola da parte



Un breve dialogo con V, incentrato sul perchè avessi scelto questa immagine per rappresentarmi su Blogger e (ebbene sì) su facebook.
La domanda è: ti identifichi di più in James Stewart? nella sua ombra? in Harvey? o nell'ombra di Harvey?
Scelgo Harvey, ovviamente. Anche perchè non c'è nell'immagine.
Sì, mi risponde V, ma sai perchè non c'è Harvey nella foto? Perchè la stava scattando lui.

Ma cazzo. Ci sarei dovuto arrivare da solo.
Si ricollega parecchio, direi. Con cosa? ma per esempio con la famosa foto della cresima, quella che secondo la testimonianza di Art Blakey (o di un suo sosia), sarebbe stata scattata da un mio sosia. Un clone, che però si sarebbe prodotto di poco più vecchio di me (su questo punto mi sfugge forse qualche inquietante verità?).

Ad ogni modo, la consonanza con l'ipotesi di V sulla locandina del film di Henry Koster non si può ignorare.
Parallelismi che si mantengono in equilibrio fra Calvino, con la sua pulsione ad incrociare destini presso taverne o castelli un pò isolati, e la contrastante tendenza di Borges a biforcare sentieri, quando solcano giardini altrettanto isolati.

(foto Perelli)

mercoledì 28 settembre 2011

La location

mercoledì 21 settembre 2011

MACERIE // Trovato!


Quando ormai avevo perso le speranze, eccoli qui gli episodi di Martin Mystere che si vanno a inserire nella caleidoscopica ma inquietante congerie di  tessere informi che fanno parte di questa cosa che ho chiamato MACERIE. E che comincia qui, ma forse, nella fattispecie, di più qui.

Ricerche che sto conducendo su tutt'altri fronti, mi ha portato ad imbattermi casualmente in questi libretti (ed a impossessarmene); ma comunque ne riparleremo.

venerdì 6 maggio 2011

MACERIE // Aggiornamento al post di Pasqua

(cioè questo).


Apprendo da qui (su segnalazione di El Gloria) che la nave che nel 1960 mi ha portato in Egitto (e che mi ha riportato indietro 8 mesi dopo), è andata in rottamazione. Da più di un anno.

Considerando che il 23 settembre del 1957 effettuò il suo viaggio inaugurale, cioè praticamente 3 mesi dopo la mia nascita, la notizia non mi fa un bell'effetto.




 
 (fonte: http://delamarylosbarcos.wordpress.com/2010/03/04/“ausonia”-final-prosaico-para-un-barco-clasico-hecho-en-italia/)

giovedì 5 maggio 2011

MACERIE // Brevi considerazioni senza soggetto

Non certo allo scopo di favorire la perniciosa tendenza alla divagazione di questa cosa che ho chiamato macerie, vorrei aprire una piccola parentesi che riguarda quella tecnica fotografica surrealista chiamata Outagraphy inventata da Ted Joans, artista del quale da qualche parte si è già parlato.
In sostanza si tratta di scattare fotografie in cui il soggetto rimane fuori dall'inquadratura... Non ho trovato in rete opere di Ted Joans frutto di questa tecnica, e non è escluso che si sia limitato a teorizzarla.
Se qualcuno avesse qualcosa da segnalarmi al proposito, gliene sarò grato.
Sono comunque portato a pensare che una possibile applicazione dell'Outagraphy possa consistere nel fornire all'interno dell'inquadratura quegli elementi che siano sufficienti all'osservatore della foto per stabilire quale sia il soggetto, anche se non si vede; però non credo che basti fotografare l'ombra del proprio gatto sul muro e titolare la foto il mio gatto per fare dell'Outagraphy, non avrebbe molto di surrealista.
Peraltro Susan Sontag sostiene che la fotografia, in generale, è la sola arte naturalmente surreale (*). E questo taglierebbe la testa al toro.
Per quanto mi riguarda, ritengo però che da un certo punto di vista l'artista, in quanto proponente una sua visione della realtà, propone il proprio edonistico modo di vedere, insomma non fa altro che proporre se stesso.
Ma un se stesso che il più delle volte, nel caso del fotografo, non compare nell'inquadratura
Sulla base di questa considerazione mi sento di lanciarmi quindi in un'affermazione azzardatissima: la fotografia, intesa come disciplina, è quasi sempre Outagraphy, a meno che il fotografo non appaia nella foto; dovremmo quindi escludere per lo meno la categoria degli autoritratti.
Ma a suo tempo, in alcune foto della mia famosa (?) serie dei selfportraits ho modestamente tentato una specie di compromesso fra l'autoritratto e l'Outagraphy.

Vabbè, ma una volta enunciata questa specie di sillogismo, cosa c'entra l'Outagraphy con macerie?
Eccoci: chi ha seguito macerie dall'inizio sa che il tutto prende forma da quella foto della cresima e dalla testimonianza di Art Blakey immaginata da El Gloria, che finisce per concentrare la sua allucinata attenzione sulla figura del fotografo. Che, in quanto fotografo, è "off", non c'è.


(*) S.Sontag. Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra società.

lunedì 25 aprile 2011

MACERIE (di viaggio) // pasquina

 

domenica 24 aprile 2011

MACERIE (di viaggio) // propriopasqua

(fronte qui)

(retro)

sabato 23 aprile 2011

MACERIE (di viaggio) // prepasqua


(fronte)


giovedì 21 aprile 2011

MACERIE di Pasqua

Andrò per qualche giorno in campagna, pertanto ho programmato per il periodo di assenza la pubblicazione di qualche maceria.
La pertinenza e l'interestingness di questi documenti nel contesto di MACERIE saranno da verificare in un secondo tempo, però intanto io metto online.

Cominciamo subito con questo:







































giusto per chiarire che non siamo qui a raddrizzare chiavi di Sol (to straighten G-keys)...

martedì 12 aprile 2011

MACERIE // meglio una buona domanda che tante risposte così così

Però effettivamente qui si rischia di avere solo domande; una certa tendenza a divagare sta rischiando di far perdere di vista gli obiettivi (e per chi fa fotografie è un guaio) e anche da dove siamo partiti.
In effetti.
Era arrivato il momento di rimettere insieme, per quanto possibile, alcune delle personalità nelle quali mi ero replicato, ogni volta in modo un pò diverso, nel corso del tempo: mi riferisco a quelle che ho sparso senza ritegno nella rete, a partire per esempio delle due su Flickr, di cui una è diventata co-autrice di blog, e quell'altra su Facebook, che era frutto di un processo di involuzione finalizzato ad adattarsi allo scarso spessore della piattaforma.
Effettivamente Jeremy X sono riuscito a escluderlo da Nulla, mentre mantiene una sua presenza strumentale da altre parti e la presenza su FB è diventata una via di mezzo fra quello che era prima e la personalità di partenza (semplifico, evitando di affrontare le problematiche per una definizione precisa della medesima).
Solo che nel momento in cui questo progetto, meditato a lungo, aveva sorpassato lo studio di fattibilità e si stava avviando ad una prima fase realizzativa, si è materializzata la testimonianza.
Il tema del doppio si è ripresentato in maniera abbastanza inquietante (un non-gemello, o un gemello più grande, se vogliamo) ma non poteva essere messo da parte; tutto è rimasto un pò sospeso, la tendenza a scindersi e quella a riunificarsi, a riconfluirsi, convivono, come biforcazioni di una unica pulsione primaria.
Non è il momento delle risposte, e non lo sarà finchè non avrò capito almeno qual'è la domanda giusta.

lunedì 4 aprile 2011

MACERIE // ciò che viene dopo

Titolo alternativo: quell'armonica
o anche: Back in the ČSSR.



Ecco due giovani turisti, uno all'apparenza germanico ma romano a tutti gli effetti, l'altro di origini incerte ma dall'aspetto decisamente abbruzzese; nessuno dei due poteva essere scambiato per russo, e ciò era positivo, dovendo intrattenere rapporti con i locali, nella Praga dell'84 della Repubblica Socialista Cecoslovacca.
Praghesi apparentemente non troppo disponibili nei confronti degli stranieri, per lo meno all'aperto, e più propensi ad attaccare discorso, con fare cospirativo, in certi locali dove la birra facilitava l'eloquio.
Una Praga da fotografare in bianco e nero, ben diversa da quella, eccessivamente a colori che avrei ritrovato10 anni dopo, con i McDonald's e i Pizza Hut.

Quasi ora di cena. Al ritorno da un giro nel quartiere ebraico, i due turisti sono in attesa alla fermata del tram che li avrebbe riportati in albergo. Le ombre della sera si allungano lentamente ma diventano improvvisamente protagoniste nel momento in cui, inaspettate, si spengono le luci dei lampioni ed anche le finestre delle case del centro piombano nel buio. La parola black-out è internazionale ed è l'unica comprensibile dai commenti dei passanti. In mancanza di informazioni più dettagliate, aspettare il tram a questo punto non è più realistico ed i due turisti si accingono a raggiungere a piedi la Sokolovská, l'arteria che dal centro diparte verso l'hotel. La strada è illuminata dalla residua luce serale e dai fari delle auto e di taxi liberi non ne passano.
Ci sono entità che si risvegliano nei momenti più impensati, se solo le condizioni lo permettono:

You know 'bout that babe, Lord, I had them old walkin' blues

dei due ragazzi in cammino, quello dall'aspetto abbruzzese, da sempre restio ad esibirsi in pubblico, estrae dalla tasca dei jeans la blues harp ed intona un riff, ripetendolo e variandolo di volta in volta con svisature diverse; dal buio lato opposto della strada, un gruppo di ragazzi approva ed incita commentando con frasi incomprensibili.


La Sokolovská


















Quell'armonica era una Tombo Folk Blues, un prodotto giapponese di ottima fattura.
Ne vediamo una versione aggiornata nel sito giapponese della Tombo:










Facciamo un salto nel tempo e nello spazio: 27 anni dopo, a Buenos Aires torna ad esibirsi, dopo un lungo intervallo, la Waitsed, band dedita alle cover di Tom Waits; chi non l'avesse fatto può assistere in questo video allo strumentale d'apertura del concerto. Seminascosto dal sassofonista El Guardian de la Maldita Ota, si ascolta El Gloria, ex bassista del gruppo, impegnato in un solo all'armonica. L'unico, in verità, dovendo ripiegare negli altri brani sul bongo, per ragioni di amplificazione.
Bene, quell'armonica era quell'armonica.

Regalai a El Gloria lo strumento, già usatissimo, durante un viaggio a Buenos Aires nei primissimi anni novanta, quando nè lui era El Gloria, nè io ero Milo Temesvar. Data la varietà e la quantità di strumenti musicali di cui disponeva il cugino in quell'epoca, mi sembrava atipico che non avesse una blues harp.
Ma l'ho reincontrata, nel viaggio di qualche mese fa, a casa di El Gloria, anche se in condizioni forse non ottimali:



E ho avuto modo di verificare che, in effetti, alcune note escono ancora.

(post che finisce così)

domenica 13 marzo 2011

EBBENE SI' CONTINUA.... (b)

Dei due individui, al momento, non ho memoria. Tuttavia secondo me le ore erano quattro, non cinque, novità che posizionerei un po' più avanti, verso il liceo. O forse qualche giorno al settimana, non tutti, alle medie.


Il Refini, minacciava in continuazione di appenderci fuori dalla finestra. Minaccia che in terza aveva un minimo effetto. Già meno in quarta. Per nulla in quinta, quando oramai la maggior parte di noi era più alta di lui.
Egli inoltre disponeva di una Cortina azzurrina, carta da zucchero, direi; vettura che ritengo avesse un certo successo con quella generazione di insegnanti, giacché la mia signora dice averne avuta una anche il suocero (sebbene non se ne vanti, anzi, e faccia di tutto per tenerlo nascosto, la signora intendo).


Di sicuro anni dopo, direi verso il 20 MNC (ritengo utile in questa vicenda non usare il calendario gregoriano ma stabilire come anno zero la partenza di Milo da Milano per Roma: quindi 20 MNC è l'anno 20 di Milo Nella Capitale; il 1967 gregoriano dovrebbe essere a occhio e croce l'anno 5 MAM) per un periodo, Piazza Leonardo è stata luogo molto cosmopolita, nel quale era facile trovare sostanze di varia natura. Ma la frequentavo poco e non posso dire se Art e Don fossero in zona

EBBENE SI', CONTINUA...

Qualche giorno in campagna, a godere del freddo, assolato e deinternettizzato, sano e ricostituente, di quel versante delle Marche, ed eccomi di nuovo nella Capitale, temendo l'insano e deprimente inizio della primavera, già foriera del risveglio delle estive tendenze alla caciaroneria di una prevalente minoranza di cittadini. (*) L' intervallo campagnolo, fra le altre cose, mi ha permesso di recuperare il numero di Musica Jazz al quale ho accennato all'inizio di questa cosa che ho chiamato CONTINUA (a proposito, è un nome veramente brutto, sto pensando di cambiarlo). Ecco la pagina alla quale mi riferivo.


Bene.
Bien.
Well.

Visto che nelle discografie dei due protagonisti non ho individuato registrazioni che potessero indicare se si trovassero effettivamente da un'altra parte, non c'è ragione per non datare al maggio del '67 quel dialogo fra Art Blakey e Don Byas in "un parco di Milano". Immagino che probabilmente esiste qualche posto che si chiama Milano anche negli USA o in qualche altra parte del globo, ma ciò non mi impedisce di supporre che quel "parco di Milano" fosse, chessò, Piazza Leonardo Da Vinci.



In quell'epoca frequentavo con un certo successo le elementari (dovevo essere in quarta, o giù di lì) presso la scuola Leonardo da Vinci, i cui portoni si aprivano sull'ampia piazza omonima. I primi due anni delle elementari per maestra avemmo "la" Belloni, che ricordo come signora un pò in carne e dall'atteggiamente tendenzialmente materno. Veniva da Lodi, se non erro.
In terza fummo investiti dalla necessità di una crescita responsabilizzante, e non solo per il passaggio dal grembiulino nero alla divisa grigiastra, ma soprattutto per l'avvicendamento alla guida della classe del nuovo maestro, "il" Refini. La nuova gestione era caratterizzata da una impostazione un po' più rude del rapporto maestro-studente; essere considerati "ometti", così, di punto in bianco, fu un'esperienza a cui alcuni di noi non erano preparati; altri, invece, ne furono entusiasti, ed esaltati.

"Il" Refini era aretino, e, in quanto tale, indiscutibile depositario del corretto utilizzo della lingua italiana; in particolare non nascondeva di aborrire quella pronuncia vagamente aperta delle vocali che segnava la parlata di noi studentelli meneghini.

Insomma, cambiamenti che, per usare un termine che ai giorni nostri va forte, andrebbero definiti "epocali".





Si esce di scuola alla fine della quinta ora e ci si sparpaglia; fuori parecchi genitori che aspettano; io sono fra quelli che, abitando non tanto lontano, generalmente tornano a casa a piedi, o col tram se fa brutto; in entrambi i casi non ho bisogno di attraversare completamente la piazza, ed è forse per questa ragione che non noto quei due signori di colore, lo smilzo, e quello un po' più vecchio ma soprattutto invecchiato, che discutono percorrendo un vialetto; l'uno con incedere dinoccolato e nervoso, l'altro più appesantito.

Sicuramente se li avessi incrociati mi sarebbero rimasti impressi e l'avrei raccontato in giro: Milano non era poi così cosmopolita, in quegli anni. Ma forse c'è qualcuno, da qualche parte, che ricorda qualcosa.

(*) Un ritorno vieppiù intriso di incazzitudine, dato che mentre andiamo via noi, in paese arriva la tappa della Tirreno-Adriatico. Ma non potevano dirlo prima che mi organizzavo diversamente?

giovedì 10 febbraio 2011

CONTINUA - IL CONTESTO (MA FORSE NON L'UNICO)

(qui gli antefatti)

La foto l'ho presa qui

In effetti l'idea era di contestualizzare un po' gli avvenimenti, ma cominciamo male, con una divagazione.
La foto qui sopra si riferisce al Denver Art Museum, che risale al 1971 ed è stato progettato da Gio Ponti; per essere precisi si tratta del North Building, dato che nel 2006 è stato aggiunto l'Hamilton Building. In effetti l'architetto e designer milanese ha realizzato qualcosa anche qui nella capitale, la Scuola di Matematica nella Città Universitaria, un esempio del Razionalismo degli anni '30.






Come siamo arrivati a Gio Ponti? è semplice: ha progettato anche la chiesa di San Luca Evangelista a Milano, quella della foto della cresima. Non ricordavo, ma adesso che ci penso, in effetti, si percepiva all'epoca un certo orgoglio di quartiere per il fatto di avere una chiesa all'avanguardia. Ho riscoperto l'autore della chiesa girovagando sul web e imbattendomi in questo pdf edito dalla Parrocchia di San Luca per il cinquantenario; vi si parla, di Gio Ponti e della realizzazione della chiesa, a partire da pagina 61. Si parla anche di Don Egidio, che è presente nella foto da cui è partito tutto; di lui ricordo che era piuttosto temuto, da noi ragazzini che frequentavamo la parrocchia per il catechismo; un tipo deciso e, ricordando i commenti delle madri dei ragazzini, anche decisamente piacente.
Comunque ecco la chiesa adesso, ai tempi di Google Maps e di Street View:

  (visto che alla fine ho contestualizzato?)

Sul retro del complesso, e cioè su via Jommelli, si nota, a parte il divieto di parcheggio, il campo di pallacanestro:
Non ricordo se esisteva all'epoca; in effetti non ero un gran frequentatore della parrocchia, ma ricordo che c'era la sala che fungeva da auditorium, nella quale alle feste comandate venivano proiettate pellicole di tema religioso; credo di aver visto lì Marcellino Pane e Vino, film spagnolo del '55 e soprattutto Morte in Vacanza (Messico, 1960); indimenticabili, per un ragazzino sui dieci anni, alcune scene, quella con le bancarelle con i teschietti da acquistare e portare a casa, e verso la fine, la grotta con milioni di candeline (una per ogni essere umano): lì la Morte dava dimostrazione al protagonista del film di come fosse sua facoltà porre fine alla vita di un qualunque uomo sulla terra, semplicemente spegnendone la candelina corrispondente.
Cosa posso aggiungere? In quella stessa strada c'è la Casa di Cura Santa Rita, nell'occhio del ciclone uno o due anni fa per pazzeschi episodi di malasanità; in quella clinica venni operato 2 volte nel giro di 20 giorni, prima di adenoidi e poi di appendicite.

mercoledì 2 febbraio 2011

CONTINUA - DOPO UNA PAUSA (ma con quintetto jazz)

(qui tutto quanto)


Roma, novembre 1979




(registrazione abusiva) 

Siamo al Folk Studio, il 2/11/1979; c'è il quintetto della pianista Patrizia Scascitelli, con i sassofonisti Larry Dinwiddie (tenore) e Giancarlo Maurino (alto), Roberto Della Grotta al basso elettrico, ed il trascinante batterista Marvin Boogaloo Smith.
La qualità sonora è quella che è, trattandosi di una registrazione dilettantistica effettuata con mezzi tecnici deplorevoli, ma vale la pena di ascoltare.
Questo set seguiva quello di Eugenio Colombo e Martin Joseph, che proporrò in una prossima occasione.




Adesso che ho impostato la colonna sonora, portiamo avanti la nostra indagine.
Ho già raccontato come sono entrato fortuitamente in contatto con lo sceneggiatore di alcune storie di Martin Mystère, in una delle quali mi pregio di apparire, il fumetto ispirato a J.L.Borges (nella fattispecie al suo Libro di Sabbia e all'Aleph) che da tempo andavo cercando, senza risultati. Forse ho anche già scritto che, quando ciò è avvenuto, ero effettivamente impegnato nella lettura del Libro di Sabbia. Si tratta di racconti scritti fra il 1971 ed il 1975, ma quello in particolare che stavo leggendo era IL PARLAMENTO.

Il protagonista del racconto si chiama Alejandro Ferri, ed in lui Borges ha infuso, come spesso avviene, riferimenti autobiografici.
Nessuno dei lettori si stupirà se adesso asserisco che Alejandro è anche il mio nome di battesimo, come molti sanno, ed è per i pochi scettici che allego il mio certificato di nascita:



e quindi nessuno si farà venire i vermi se affermo un dato di fatto indiscutibile, anche se non di pubblico dominio  (ma all'occorrenza posso produrre prove), e cioè che Ferri è il cognome della mia nonna paterna.

Un altro elemento che si evince dalla lettura de Il Parlamento è la presenza del protagonista nell'albergo di calle Santiago del Estero; dato che il cugino El Gloria è ritornato a Buenos Aires dalle vacanze, e vive dalle parti della strada in questione, sarebbe interessante se desse un'occhiata in giro per vedere se tale albergo esiste ancora. A proposito di El Gloria (e del fatto, notorio, che il sottoscritto è citato nell'introduzione del Nome della Rosa), forse è giunto il momento di pubblicare questa foto:


il fotografo di scena, la famosa blogger La Goli, l'ha scattata durante le riprese di un episodio della nuova serie di El Santo. La sceneggiatura prevedeva che Adso da Melk (da me interpretato) ritorni dal passato per aiutare Simon Templar (interpretato da El Gloria) nella fuga dal Castello d'If. 


lunedì 17 gennaio 2011

CONTINUA - ALTRI INDIZI

(qui tutto quanto)

Torniamo al famoso numero di Musica Jazz con la monografia su Art Blakey; riporto ciò che segue, estratto dall'inserto curato da Giuseppe Piacentino (una volta gli inserti erano qualcosa che si poteva staccare dal resto della rivista, adesso non è più così, a meno di non distruggerla; ma questo non c'entra niente):
 












Wynton Marsalis dipinge Blakey come un'eroinomane, e, nonostante io non provi particolare simpatia per Marsalis, devo prendere atto delle sue parole; anche se, come più avanti dice lo stesso Piacentino, "le testimonianze dei jazzisti non di rado sono inattendibili". Per esempio: la presenza di Marsalis nei Jazz Messengers è dei primissimi anni '80, quindi Blakey, essendo nato nel 1919, non poteva avere "più di settant'anni"; comunque sia, riprende quota l'ipotesi di El Gloria sul motivo della presenza del batterista di Pittsburgh nella foto famigerata. Anche se altre incongruenze possono essere rilevate (il testo originale è stato recentemente pubblicato dal El Gloria su Nada), per esempio "Paso por la puerta de la iglesia mientras intento llegar a la direccion" fa capire che colui che per il momento indicherei solo come il testimone, chiunque esso sia, sta entrando in chiesa, o al limite uscendone, mentre più tardi si legge "El tipo al que espero, no aparece", e quindi: c'è un appuntamento con qualcuno (che non arriva) all'esterno della chiesa, e allora perchè il testimone starebbe entrando attraverso il portone? oppure, se sta uscendone, cosa ci faceva in chiesa?


Come ho raccontato, si è verificato un affastellarsi di eventi casuali a partire dagli ultimi giorni del 2010; da uno dei quali, parecchio simpatico, è scaturito questo:
in breve, scopro di essere stato sceneggiato dall'autore di un blog che seguo, ed invito a leggere questo post, fin dentro nei commenti, per capire, anche perchè probabilmente ritornerò sull'argomento. Rilevo che sono ritratto abbastanza più vecchio di quello che sono, ma tutto sommato, anche più magro.
Si potrebbe obiettare che tutto ciò ha scarsa attinenza con l'indagine che stiamo conducendo, ma aspetterei a parlare; tant'è vero che aggiungo un altro elemento, un mio autoritratto giovanile, e poi smetto, per non bruciare tutto l'asado, come si dice:

Con un unico chiarimento, per il momento: l'impermeabile (che ho tuttora) appeso sullo sfondo è effettivamente un Perramus.

venerdì 14 gennaio 2011

CONTINUA (7) - INDIZIO

(da qui)

"E' diventata ormai una convenzione affermare che ogni racconto fantastico è veridico; il mio, tuttavia, è veridico."
(J.L.Borges - Il Libro di sabbia)


Ho trovato il certificato di cresima. Eccolo:


debitamente criptato il mio nome dell'epoca, di scarso interesse per tutti, si apprende che
a) siamo nel 1967, come avevo supposto
b) sono stato battezzato in un posto poco leggibile

Sto raccogliendo altri dati, che divulgherò quanto prima.

domenica 2 gennaio 2011

CONTINUA (6) (o forse 5 BIS)

INSOMMA.
Avevo appena pubblicato il post precedente e lo stavo rileggendo per correggere eventuali puttanate (intendo quelle grammaticali, per quelle concettuali c'è poco da fare) con l'intenzione di dedicarmi ad un post di riepilogo del meglio e del peggio di Nada//Nulla del 2010.
Ma...
mi casca l'occhio sulla colonna di destra, quella dei link. Oh caspita, vedo che il sommo maestro di armonica blues Adam Gussow, di cui ho seguito da anziano alunno parecchie lezioni via youtube -  peraltro con scarsi risultati - ha messo un video nuovo, realizzato, a quanto vedo, a Copenhagen. Gussow ha effettivamente fatto un tour da one-man-band in Europa a dicembre. Bene (ho messo qua sotto il video perchè non dobbiate fare click sul link di fianco, che per altro non dura in eterno), inizio ad ascoltare e nella breve presentazione sento che Gussow fa un riferimento a...


avete sentito anche voi, parla di Art Blakey. Il pezzo inizia. Adam suona col consueto vigore, il tema qualcosa mi ricorda, e dopo un po' mi accorgo che è basato su Moanin' di Blakey (che è anche il titolo di un suo album coi Jazz Messenger). Verso il 1'50" l'esposizione è chiarissima. Smanetto un pò su google e giungo ad una sua intervista in cui presenta il suo nuovo disco (eccola). Conferma, Buford Chapel Breakdown contiene per lo meno la citazione di Moanin'.
Beh, che dire?
Per festeggiare questa nuovo inquietante indizio, cerco su youtube e aggiungo il pezzo in questione dal disco omonimo dei Jazz Messengers.





















Mi sa che il riepilogo del 2010 di Nada//Nulla salta a domani.