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martedì 12 aprile 2011

MACERIE // meglio una buona domanda che tante risposte così così

Però effettivamente qui si rischia di avere solo domande; una certa tendenza a divagare sta rischiando di far perdere di vista gli obiettivi (e per chi fa fotografie è un guaio) e anche da dove siamo partiti.
In effetti.
Era arrivato il momento di rimettere insieme, per quanto possibile, alcune delle personalità nelle quali mi ero replicato, ogni volta in modo un pò diverso, nel corso del tempo: mi riferisco a quelle che ho sparso senza ritegno nella rete, a partire per esempio delle due su Flickr, di cui una è diventata co-autrice di blog, e quell'altra su Facebook, che era frutto di un processo di involuzione finalizzato ad adattarsi allo scarso spessore della piattaforma.
Effettivamente Jeremy X sono riuscito a escluderlo da Nulla, mentre mantiene una sua presenza strumentale da altre parti e la presenza su FB è diventata una via di mezzo fra quello che era prima e la personalità di partenza (semplifico, evitando di affrontare le problematiche per una definizione precisa della medesima).
Solo che nel momento in cui questo progetto, meditato a lungo, aveva sorpassato lo studio di fattibilità e si stava avviando ad una prima fase realizzativa, si è materializzata la testimonianza.
Il tema del doppio si è ripresentato in maniera abbastanza inquietante (un non-gemello, o un gemello più grande, se vogliamo) ma non poteva essere messo da parte; tutto è rimasto un pò sospeso, la tendenza a scindersi e quella a riunificarsi, a riconfluirsi, convivono, come biforcazioni di una unica pulsione primaria.
Non è il momento delle risposte, e non lo sarà finchè non avrò capito almeno qual'è la domanda giusta.

giovedì 10 febbraio 2011

CONTINUA - IL CONTESTO (MA FORSE NON L'UNICO)

(qui gli antefatti)

La foto l'ho presa qui

In effetti l'idea era di contestualizzare un po' gli avvenimenti, ma cominciamo male, con una divagazione.
La foto qui sopra si riferisce al Denver Art Museum, che risale al 1971 ed è stato progettato da Gio Ponti; per essere precisi si tratta del North Building, dato che nel 2006 è stato aggiunto l'Hamilton Building. In effetti l'architetto e designer milanese ha realizzato qualcosa anche qui nella capitale, la Scuola di Matematica nella Città Universitaria, un esempio del Razionalismo degli anni '30.






Come siamo arrivati a Gio Ponti? è semplice: ha progettato anche la chiesa di San Luca Evangelista a Milano, quella della foto della cresima. Non ricordavo, ma adesso che ci penso, in effetti, si percepiva all'epoca un certo orgoglio di quartiere per il fatto di avere una chiesa all'avanguardia. Ho riscoperto l'autore della chiesa girovagando sul web e imbattendomi in questo pdf edito dalla Parrocchia di San Luca per il cinquantenario; vi si parla, di Gio Ponti e della realizzazione della chiesa, a partire da pagina 61. Si parla anche di Don Egidio, che è presente nella foto da cui è partito tutto; di lui ricordo che era piuttosto temuto, da noi ragazzini che frequentavamo la parrocchia per il catechismo; un tipo deciso e, ricordando i commenti delle madri dei ragazzini, anche decisamente piacente.
Comunque ecco la chiesa adesso, ai tempi di Google Maps e di Street View:

  (visto che alla fine ho contestualizzato?)

Sul retro del complesso, e cioè su via Jommelli, si nota, a parte il divieto di parcheggio, il campo di pallacanestro:
Non ricordo se esisteva all'epoca; in effetti non ero un gran frequentatore della parrocchia, ma ricordo che c'era la sala che fungeva da auditorium, nella quale alle feste comandate venivano proiettate pellicole di tema religioso; credo di aver visto lì Marcellino Pane e Vino, film spagnolo del '55 e soprattutto Morte in Vacanza (Messico, 1960); indimenticabili, per un ragazzino sui dieci anni, alcune scene, quella con le bancarelle con i teschietti da acquistare e portare a casa, e verso la fine, la grotta con milioni di candeline (una per ogni essere umano): lì la Morte dava dimostrazione al protagonista del film di come fosse sua facoltà porre fine alla vita di un qualunque uomo sulla terra, semplicemente spegnendone la candelina corrispondente.
Cosa posso aggiungere? In quella stessa strada c'è la Casa di Cura Santa Rita, nell'occhio del ciclone uno o due anni fa per pazzeschi episodi di malasanità; in quella clinica venni operato 2 volte nel giro di 20 giorni, prima di adenoidi e poi di appendicite.

venerdì 14 gennaio 2011

CONTINUA (7) - INDIZIO

(da qui)

"E' diventata ormai una convenzione affermare che ogni racconto fantastico è veridico; il mio, tuttavia, è veridico."
(J.L.Borges - Il Libro di sabbia)


Ho trovato il certificato di cresima. Eccolo:


debitamente criptato il mio nome dell'epoca, di scarso interesse per tutti, si apprende che
a) siamo nel 1967, come avevo supposto
b) sono stato battezzato in un posto poco leggibile

Sto raccogliendo altri dati, che divulgherò quanto prima.

domenica 2 gennaio 2011

CONTINUA (5)

(da qui)



Art Blakey siede alla batteria in questa versione del 1958 di Confirmation eseguita dal sestetto dell'organista Jimmy Smith.
Gli altri sono Lee Morgan (tromba), Lou Donaldson (sax alto), Tina Brooks (sax tenore), Kenny Burrell (chitarra)


Confirmation è un tema tipicamente bop di Chalie Parker.

Ma ciò che ci interessa di più, in questo momento, è che uno dei significati di confirmation è CRESIMA.
Nessuna preoccupazione, non sono uno che si fa ossessionare dalle cose.



Non compro più regolarmente la rivista Musica Jazz da qualche anno, ma oramai per tradizione mi procuro il numero di gennaio, nel quale sono pubblicati i vincitore del Top Jazz ed il disco relativo, giusto per rimanere quel minimo aggiornato. (E certo, ecco perchè mi ero ritrovato quel numero di gennaio 2010 di cui ho detto nelle precedenti puntate).
Mi reco quindi in edicola, oggi domenica 2 gennaio, ma a quanto pare non è ancora uscito il numero nuovo; faccio per andarmene, ma noto, che mi guarda da uno scaffale, il numero di dicembre; gli dò un'occhiata e di cosa mi accorgo? La monografia ed il disco allegati sono dedicati ad: Art Blakey.




E insomma, continuamo a non credere nei segni del destino, però l'ho comprato, 'sto numero di dicembre 2010.

giovedì 30 dicembre 2010

CONTINUA (4)

(da qui)

Ho trovato la foto.
Eccola:

era in uno scatola dove tengo foto scattate da me durante concerti jazz alla fine degli anni '70. Non ricordavo di averla messa lì.
Però, caspita.
C'è un problema. Quando decisi di mettere la foto su FB notai che c'era la data scritta a mano sul retro della foto. Sarebbe fondamentale sapere la data della cresima, solo che non c'è più. Voglio dire che sul retro della foto non c'è scritto niente. Evidentemente questa è un'altra copia, e la foto con la data chissà dov'è.
Ma forse ci arriviamo in un altro modo.

Come molti sanno, il sottoscritto si è sposato una dozzina di anni fa, con la moglie con la quale ancor oggi convive. Dato che decidemmo di sposarci in chiesa, con rito cattolico, ci dovemmo procurare alcuni documenti aggiuntivi, fra cui il certificato di cresima.

Divagazione: è da molto tempo che vorrei raccontare alcune cose relativamente a certi problemi burocratico-religiosi che sorsero una volta deciso di sposarci, e mi riferisco specialmente ad alcune vessazioni di cui fui oggetto da parte dell'Inquisizione (anche se non si chiama più così, ma Sant'Uffizio, o Congregazione per la dottrina della Fede). Il fatto che un personaggio come il sottoscritto, notoriamente ed evidentemente semi-ateo, volesse sposarsi in chiesa, fu forse visto con sospetto. Ne riparleremo.

Ma torniamo al certificato della cresima.
Quello di mia moglie fu facile ottenerlo, dato che si era cresimata qui a Roma. Per quanto riguarda il mio, un'amica di famiglia di Milano mi fece la cortesia di richiederlo alla parrocchia in questione e me lo spedì.

Quindi sicuramente è qui, in casa. Bisogna trovarlo.

(continua)

martedì 28 dicembre 2010

CONTINUA (3)

(da qui)Ero il Gran Sassofonista Di Corte in qualche reame del centro europa. Il Re in persona mi aveva incaricato, per celebrare il suo centoventesimo compleanno, di comporre una suite da suonare alla sua festa. Mi avrebbe accompagnato una sezione ritmica che aveva contrattato personalmente, di cui non mi disse però i componenti; sarà una sorpresa, aggiunse.

In una scena successiva sto finendo di scrivere la suite: una cosa ispirata a A Love Supreme però costituita da Preludio, Improvvisazione su Madrigale, Tango e Fuga.

Mi vedo poi il giorno del compleanno del Re sul palco predisposto di fronte al trono e alla tribuna dei dignitari; fra le grida entusiastiche del pubblico ci sto dando dentro col mio sax contralto, il pianista butta qui e là degli accordi discreti, il bassista è potente e incisivo, sento alle mie spalle la batteria che incalza, ma comincia a incalzare un pò troppo, il tempo diventa insostenibile, perdo il controllo della situazione, il volume del rullante e della grancassa diventano sempre più forti, mi sveglio per il fracasso.

Fatto sta che, prima di accorgermi che si trattava dei battenti esterni della finestra della stanza da letto, che, chiusi male, venivano agitati dal vento, mi vedo che dò la mano a Art Blakey alla fine del concerto e mi dice: "pare che ci rivedremo per la cresima del nipote del Re, sembra ci sarà un altro concerto".

Questo è un sunto, il sogno completo lo pubblicherò un'altra volta. Se non credo nei segni del destino, figuriamoci nei sogni premonitori.

A questo punto però il ricordo della famosa foto è riaffiorato.

Un paio di giorni dopo, acceso il fuoco nel caminetto, vedo quel numero di Musica Jazz e comincio a sfogliarlo in poltrona.

Per farla breve, finisco sulla tradizionale recensione della stampa estera di G.M.Maletto e apprendo che sul sito online di DownBeat vengono pubblicate articoli ed interviste storiche; fra queste, intervista ad Art Blakey.

Parentesi.

Al ritorno a Roma mi accorgo di non avere più con me la rivista, pur sapendo con certezza di averla messa in valigia. Se essermela ritrovata inaspettatamente poteva essere una incitazione del destino ad approfondire, il fatto che sia probabilmente rimasta nelle Marche, come lo devo interpretare? Ad ogni modo, non avendo più a disposizione il testo, andrò a memoria cercando di essere preciso (*).

Chiusa la parentesi.

Maletto riporta un brano nel quale Art parla di una conversazione col sassofonista Don Byas, nella quale lo redarguiva per il suo stile di vita autodistruttivo; tra l'altro Art dice che Don Byas aveva passato i sessanta anni, a quell'epoca. Qui c'è qualcosa che non va nel suo ricordo, dato che Byas, nato nel 1912, morì nel 1972. Diciamo che poteva aver passato i cinquanta. Comunque: dove avviene questo dialogo fra i due musicisti? seduti in certi giardini a Milano.


La foto della cresima non l'ho ancora trovata.



(*) Non è però la memoria la mia dote più evidente. Se qualche visitatore casuale e jazzofilo avesse la rivista in questione, potrebbe essere così gentile da confermare o correggere ciò che ho scritto?

(continua)

lunedì 27 dicembre 2010

CONTINUA...

Tutto cominciò quando, parecchi mesi fa, pubblicai su facebook una foto scattata il giorno della mia cresima. L'iniziativa ebbe un discreto successo, raccogliendo svariati commenti specialmente da parte della mia sotto-rete di cugini. La foto aveva effettivamente degli aspetti interessanti, forse anche comici, e le espressioni di alcuni dei personaggi raffigurati erano intriganti. El Gloria, mio cugino d'oltreoceano, propose di prendere spunto dalla fotografia per scrivere una serie di post nei quali, a turno, avremmo interpretato il pensiero di ognuno dei ritratti nella foto al momento dello scatto. Osservò, tra l'altro, fra i personaggi per cosi dire secondari (ed io non l'avevo mai notato), la presenza di Art Blakey, forse casuale, ma indiscutibile. Trovai interessante il fatto che il celebre batterista fosse presente alla mia cresima, anche se all'epoca (dovevo avere circa 10 anni) la mia conoscenza del jazz si limitava all'ascolto di alcuni LP che avevo in casa, specialmente gli Hot Five e Hot Seven di Louis Armstrong. Ci mise poco El Gloria a spedirmi il primo dei post, partendo ovviamente proprio dal fondatore dei Jazz Messenger. Lo riporto, sommariamente e liberamente tradotto dal castigliano:


Passo davanti alla porta della chiesa mentre cerco di arrivare all’indirizzo che mi ha dato il portiere dell’hotel, dopo avergli dato 5000 lire, credo che se ne sia approfittato, ma non importa, sono passate troppe ore dall'ultima dose e devo risolvere urgentemente; passando vedo un gruppo che attira la mia attenzione.È evidente che è appena finita una cerimonia religiosa (per lo più gli italiani sono cattolici) e qualcuno davanti al gruppetto sta per scattare una fotografia. Nel gruppo osservo (l'astinenza mi esaspera i sensi, lo so, e tendo a diventare paranoico e cospirativo) un ragazzo, di circa 8 o 10 anni, è al centro ed oggetto del gruppo, intorno a lui, ci sono una coppia di mezza età, evidentemente i suoi genitori, la donna col cappello bianco ha un aspetto distinto, al lato sinistro del ragazzo c’è una bambina, più o meno della stessa età, con un sguardo minaccioso, complice con la macchina fotografica di fronte di lei, sembra dire “ho grandi piani, veramente grandi piani e nessuno potrà impedirmeli”. Un po’ oltre la bambina c’è un ragazzo dai lineamenti molto pronunciati, ci faccio particolarmente caso perchè si direbbe una versione di Franz Kafka ma con un sorriso di sfida, alla destra del bambino (che ha una specie di benda legata sulla fronte, mi ricorda i giapponesi in fase di assalto sulle spiagge di Iwo Jima, immagino che sia parte dei misteriosi riti cattolici), dicevo, alla destra c’è un sacerdote, è interessante il sacerdote, è un uomo giovane ma dall’atteggiamento fermo e deciso, e non smette di osservare il Giovane Kafka, col suo sorriso di sfida, un sorriso che posso attribuire a un futuro militante maoista. Sudo, fa fresco ma mi sembra di bollire, e il mio cervello continua a sviluppare trame fra i personaggi davanti a me, e ad un certo punto smetto di vederli per quello che sono, semplicemente una famiglia in posa per una foto, e diventano protagonisti di un thriller. Li vedo ed ascolto la loro musica, quella emessa da ognuno di loro. L'ultimo personaggio è il fotografo. La sua faccia mi sembra familiare, ma non viene dal passato, non capisco da dove. Tremo, le mani mi tremano, tutto il corpo. Il tizio che sto aspettando non appare ed ho la nausea, ho bisogno di quella dose per suonare stasera. Torno a guardare il fotografo e scopro qualcosa di inquietante. La sua faccia. La sua faccia è estremamente simile a quella del ragazzo con la fronte bendata. Ma non per una familiarità parentale (per differenza d'età poteva essere il fratello maggiore), era una sensazione fastidiosa, come se il fotografo fosse lo stesso bambino ritratto. Inspiegabile. Improvvisamente mi ricordo di una notizia ascoltata da qualche parte, o letta su qualche giornale magari scandalistico: “il Dottor Mengele per incarico di Hitler, nella sua ricerca per ottenere “il super uomo”, aveva effettuato esperienze di clonazione di esseri umani”


Il testo aveva indubbi motivi di interesse: toccava alcuni punti sui quali avevamo discusso nelle nostre chat transoceaniche; soprattutto, il fatto di aver entrambi sviluppato nel tempo, per farci rappresentare nelle molteplici realtà di internet, personaggi diversi a seconda dell'ambiente (facebook, flickr, i nostri blog); e come ciò dimostrasse, alla fin fine, che entrambi siamo affetti da una strisciante forma di schizofrenia. E poi c'era un ritorno di certe sensazioni che avevano dato luogo a quel post "sono sempre stato fotografo".

Però.

Alcune cose non mi convincevano, prima fra tutte il fatto che Blakey potesse essere in crisi di astinenza. Mi sembrava di ricordare che avesse risolto definitivamente la dipendenza dalla droga dopo il viaggio di "rigenerazione" in Africa, verso la fine degli anni quaranta. Cioè una ventina di anni prima della mia cresima...; e poi l'aspetto di Art in quella foto è poco credibile, giacca e cravatta, quando le sue foto lo ritraggono con magliette sportive durante i concerti, ed i capelli non sembrano crespi come avrebbero dovuto essere; mi viene in mente la prima parte del film su Malcolm X, nel quale si racconta come era diventato di moda fra molti neri stirarsi i capelli per farseli diventare lisci, a costo di trattamenti anche piuttosto dolorosi; ma ciò si riferisce ad un periodo precedente, e poi Art Blakey non mi sembrava il tipo. Rimaneva l'espressione frettolosa ed inquieta, ma non era abbastanza per ricamarci sopra qualcosa. Erano pedanti pignolerie, lo ammetto.Mi accorsi che in realtà la mia svogliatezza nello sviluppare qualcosa partendo da quella foto, aveva una ragione più profonda: il mio rapporto col passato, in quel momento, non mi permetteva di affrontare serenamente la cosa, ed alla fin fine doveva trattarsi di un'attività ricreativa, non di una seduta psichiatrica. Il progetto finì in un cassetto del mio portatile, El Gloria trovò altri argomenti da suonare con la sua visionaria creatività.

Ma.

Qualcosa è successo, ultimamente; un paio di fatti che mi hanno spinto a riconsiderare questa storia. Raccolgo le idee e ne riparliamo la prossima volta.

Ah, la foto della cresima, la sto cercando per riscannerizzarla.

(continua)

martedì 16 febbraio 2010

L'intervento del maligno nella quotidianità.

Ho lavorato più di un quarto di secolo nell'informatica, e non escludo che ciò possa avvenire ancora, se in questo paese dovesse cambiare un certo atteggiamento mentale nei confronti della terza età. Ma questo è un altro discorso.
L'esperienza in tale tipo di lavoro, oltre alle deformazioni e/o mostruosità che inevitabilmente si ingenerano sia sul fisico che sulla psiche degli informatici, provoca anche effetti positivi su alcune attitudini umane quali l'approccio ai problemi e la risoluzione pratica dei medesimi. Divagazione: molti potrebbero affermare che SI DIVENTA informatici PERCHE' si nasce con una certa forma mentis, e non viceversa; ma la verità spesso è nel mezzo: credo che l'informatica, alla fin fine, non faccia che AGGRAVARE certe caratteristiche già presenti fin dall'infanzia in alcuni soggetti. Comunque, per tornare a noi, adottare la logica booleana non serve solo nella programmazione, ma forse è quanto di più razionale si possa applicare nell'affrontare i piccoli problemi quotidiani; così come, di fronte all'esecuzione di un qualunque compito costituito da più fasi, è buona norma disegnarsi mentalmente un diagramma di flusso (cosa che comunque molti fanno inconsapevolmente), o addirittura su carta nei casi più difficili. Bene, sto affermando che, VOLENDO, sono in grado di affrontare un problema in maniera concreta, ragionata.
Ma cosa c'entra il maligno in tutto questo?
Esperienze ormai consolidate mi hanno convinto che vi sono oggetti, e soprattutto azioni legate a tali oggetti, che sono spesso interessati da forze oscure, circonfusi di negatività più o meno palesi. Tanto da riuscire ad annullare, per quanto mi riguarda, una naturale predisposizione alla razionalità. Ovviamente non si può generalizzare: le stesse entità non hanno la stessa influenza su tutti, o meglio, variano a seconda delle persone. Per quanto mi concerne, esiste un'attività assolutamente esemplare di tutto ciò:

L'ETERNA LOTTA TRA L'UOMO E LA CINGHIA DELLA TAPPARELLA DA SOSTITUIRE.
(L'uomo sono io, la cinghia della tapparella è la cinghia della tapparella).
Abito in un appartamento con una insopportabile quantità di finestre e porte-finestre, e quindi con un pari numero di tapparelle. L'eventualità che si rompano le cinghie atte al sollevamento delle medesime è quindi estremamente alta, in media una al mese, con periodi di tranquillità ed altri in cui tali eventi si concentrano nel giro di pochi giorni; assieme ad altre attività paranormali collegate, come la rottura del gancetto che àncora la tapparella al rullo sovrastante, oppure l'uscita di sede della cinghia medesima che si annoda inestricabilmente intorno alla molla incassata nel muro, provocando il blocco di tutto il sistema. Si potrebbe pensare che, dedicandomi quindi con una certa frequenza a questi lavoretti che una mente semplice potrebbe definire "di manutenzione", sia giunto al punto di affrontare con scioltezza e serenità tali compiti.
NO.
La logica che sottende a questa attività mi risulta ingovernabile. Ultimamente ho applicato anche l'approccio "a oggetti": analizzo le componenti del problema stabilendone le proprietà e le funzioni. Niente. Impossibilità assoluta di visualizzarne mentalmente il comportamento meccanico. Perdita dell'autocontrollo. Rabbiosi ma confusi tentativi di risolvere il problema il prima possibile per sfuggire all'atmosfera inquietante che, mano a mano, si diffonde inarrestabile. Approccio sbagliato ma inevitabile che porta a frequenti errori nelle sequenza delle operazioni, con inevitabile ripetizione doppia o tripla. A volte provocandomi lievi danni fisici, mentre sulla scala infilo le mani nello stretto spazio attraverso cui devo agganciare il capo della cinghia all'uncino della ruota metallica solidale al rullo, oppure mentre sforzo la rotella contenente la molla per metterla in tensione, essa diabolicamente mi sfugge e si svolge violentemente, saltellando in giro e producendo un suono che è a metà tra un ruggito ed un ghigno beffardo, ma metallico.
Bene. Penso che tutti quanti abbiamo delle bestie nere nell'armadio, o degli incubi nel cassetto, se preferite. Sono convinto che questi casi sono la prova della presenza di qualcosa di subdolo, di sardonico nella vita di tutti i giorni.
Il problema è: credere in una seppur limitata presenza del maligno vuol dire essere credenti? equivale cioè ad accettare automaticamente anche il contraltare, ciò che molti chiamano Dio?
Insomma, la Fede è bifronte?

venerdì 18 dicembre 2009

Sono sempre stato fotografo

(forse da prima)


Quasi un anno fa, Parque Lezama. Quasi un turista.
E' complicato da spiegare.
Un quasi turista nel Parque Lezama di quasi un anno fa.
Mi aggiro con la Canon al collo; per ragioni che non mi pongo scatto anche la foto di un edificio anonimo e anche sbucciato; non riesco a trovare l'inquadratura, mi sposto lungo i vialetti, ma gli alberi si frappongono; mi accontento, scatto, però è quasi una rinuncia. Il giorno dopo, controllando le foto sullo schermo della reflex, trovo un'incomprensibile presenza quel palazzo sbreccato, e inoltre la sensazione di essere osservato mentre la guardo.
Ma le foto hanno bisogno del fotografo per essere fatte.








Ritorno a Roma, passano i mesi. A seguito di un trasloco trovo una scatola. Fotografie. Ricordi ricordati da nessuno. Scartabello, molte mai viste. Sconosciuti degli anni 50, oppure riconosciuti ma immortalati in momenti misteriosi. Ma una è indiscutibile, sono i miei, in formato 6x9. Giro la foto. Una dedica e la data, agosto '52. La rigiro; quel palazzo con la scritta Cinzano? simbolo di un brindisi? Comunque la foto l'ho fatta io, è ovvio; non ero nato, d'accordo, nel '52, ma allora perchè il palazzo mi guarda? Respingo l'argomento, abbandono la scatola e mi occupo d'altro più urgente. Ma a volte i pensieri hanno vita autonoma. La sera sto cenando ma lascio lì i ravioli, vado al computer, sono sicuro che è la dentro, fra alcune centinaia di foto digitali di quel viaggio. Sono divise per data di scatto. La trovo. La osservo.

















Si vede che nel '52 la vegetazione era disposta diversamente.
Rintraccio nella scatola quella in bianco e nero, la scruto con la lente, la scannerizzo, la ingrandisco, la esploro sullo schermo. Le finestre lì in alto, di nuovo la sensazione di essere osservato.
Ritorno a quella recente, mi impunto sul muro laterale: pezzi sbocconcellati di lettere, la scritta Cinzano riaffiora beffarda. Guardo le finestre, anche quelle con le presenze dietro le imposte chiuse, e capisco.

Gli occhi forse non sono gli stessi, dopo quasi 57 anni. Ma gli sguardi sì. Gli sguardi hanno bisogno di occhi, ma sopravvivono a chi osserva.

lunedì 30 novembre 2009

otaniburila - IV (e si finisce)

Chi è Otaniburila.
E' d'obbligo a questo punto ricordare, per quanto mi è possibile, l'inconsapevole protagonista: se per quasi tutti i frequentatori di quella classe poteva valere, anche nostro malgrado, l'appellativo di "ragazzi di buona famiglia", il ragazzo in questione era considerato l'estrema sintesi di questa definizione: alto, sempre elegante, dotato di aplomb non comune, si vociferava che fosse conte, ma ciò di cui tutti erano sicuri era che fosse ricco.
Non estraneo a queste valutazioni, faceva la sua parte un cognome (vero) che richiamava esplicitamente una varietà di corindone, pietra preziosa che non poteva non invocare simbolicamente uno status sociale ben preciso; ma incredibilmente tutto ciò non lo rendeva antipatico.
Accolse con un misto di britannico distacco e misurato interesse la proposta dei nuovi soprannomi, nonostante quello che gli era toccato risultasse particolarmente poco calzante. Forse saggiamenente intuì che la proposta avrebbe avuto vita breve, come effettivamente fu, scavalcata da nuove entusiasmanti iniziative.

domenica 29 novembre 2009

otaniburila - III

Fu in quegli anni (pochi ma formativi) presso i barnabiti che Milo incontrò studenti dalle caratteristiche più svariate, dei quali in seguito non seppe più nulla, ma che inevitabilmente arricchirono la conoscenza antropologica dei suoi simili. Ma andiamo al dunque. L'ambientazione è quella del cortile della scuola, durante un quarto d'ora di ricreazione particolarmente noioso; Milo ed alcuni compagni di classe percorrono, mani in tasca, il vialetto che delimita il campo di calcio, nel quale alcuni adolescenti tirano pallonate nella nebbia, richiamandosi l'un 'altro con urla sguaiate.
Il gruppetto di infreddoliti sta per decidere di rientrare in classe, quando vedono un loro compagno particolarmente agitato che li raggiunge di corsa, brandendo nella mano un foglio di carta; questo personaggio di cui non ricordo il nome (e che quindi chiameremo N.R.) è un ragazzino che, perfetto esponente di quell'età che si dibatte per uscire dalla stupidera, come si dice al nord, per entrare in non si sa bene che cosa, è capace di promuovere con entusiasmo qualunque iniziativa di gioco, e di sfornare con solerzia genialità e cazzate senza dar il tempo di classificarle in una delle due categorie.
Ragazzi, esordisce N.R., ho avuto un'idea; potremmo far finta di essere tutti sultani. Ma solo all'inizio, per avere nuovi cognomi. Basta chiamarsi tutti Alì.
L'euforia sta evidentemente divorando N.R. al punto da impedirgli di esprimersi con la dovuta consequenzialità. Il gruppuscolo, disponibile alle novità, si è già animato, ed esorta il compagno a riordinare i concetti.
Adesso vi spiego, riprende N.R., tenendo il foglio all'indietro ed in alto, il testo non raggiungibile dalla nostra visuale, pronto evidentemente a proporcelo nel momento cruciale dell'enunciazione della sua teoria.
Mi è venuto in mente che se fossimo tutti sultani... In effetti, a seguito di una lezione abbastanza seguita sull'Impero Ottomano, l'interesse per quella cultura si era fatta strada fra diversi alunni, o forse solo l'interesse su certe prerogative dei Sultani, come per esempio la possibilità di avere molte mogli legittime, prerogativa, a quell'età, incomprensibilmente considerata vantaggiosa.
Mi è venuto in mente che se fossimo tutti sultani..., forse ci chiameremmo tutti Alì, di nome proprio, invece che Roberto, Fulvio, Milo...
I ragazzi annuiscono, non manca di logica. Allora ho fatto un'esperimento. Ho scritto tutti i cognomi della classe mettendoci davanti Alì e (mostrandoci finalmente il foglio) li ho riscritti tutti al contrario!
Il foglio presenta una prima colonna con i cognomi in ordine alfabetico dei compagni (che non riporterò, per legittima tutela della riservatezza dei medesimi) ed in una colonna a fianco il risultato della trasformazione, ottenuta come spiegato. La lettura avviene con interesse, chi affrontandola con sistematicità e valutando uno per uno i nuovi nomi (Itaibbaila, Ingodebila, ...) chi, come Milo, saltando direttamente al punto della lista che lo riguarda (Ravsemetila, non era male, ha qualcosa di biblico) e valutando poi gli altri alla rinfusa. Attenzione, esalta N.R., alcuni di questi nomi possono anche leggersi come nome e cognome: Ingo Debila, per esempio; il consenso cresce; sì, è bello, prende la parola Milo, che all'epoca sviluppava gia un senso ipercritico non comune, stemperato peraltro da un innato rispetto per le idee altrui, però ho notato che certi nomi, per esempio quelli con il ci-acca, diventano difficili da pronunciare: guarda... Iraihcrecila; è vero, risponde N.R. dopo una breve riflessione, ma se ci fai caso, sembra davvero un nome arabo, da sultano; anche questi, guarda, dice indicando alcune delle righe del foglio: Allib Marbila, Ottib Maigila.
Gli altri componenti del gruppo continuano a commentare la lista: Alletnacila, un pò difficile, Irarrefila, ehi, io divento Isso Rila...
Milo, nel quale forse si poteva già osservare in sedicesimo la tendenza depressivo-pessimistica, ben sviluppata poi con gli anni, ad una certa sensibilità nel riscontrare gli aspetti negativi di qualunque vicenda, attrezzo o persona, assume un'aria dubbiosa: senti, N.R., hai visto che però così tutti i cognomi finiscono in ila, a lungo andare potrebbe diventare noioso; la risposta è più pronta questa volta: è meglio così, se non ci fosse la ila quasi tutti i cognomi finirebbero con una consonante, guarda che brutto, ad esempio: otanibur... tutti gli sguardi si concentrano su quella parola, qualche secondo di silenzio, dopodiche un'esplosione di acclamazioni e risate, pacche sulle spalle: Otaniburila, ripetuto più volte e poi scandito per coglierne la sonorità e le possibili suggestioni semantiche, Otaniburila, da diffondere subito, di corsa il vociante ritorno in classe: la necessità di condivisione dell'adolescenza.

(continua)

sabato 28 novembre 2009

otaniburila - II

Il percorso geografico e storico di Milo Temesvar (mi scuserete l'improvviso ricorso alla terza persona, ma è necessario per oggettivare gli avvenimenti) non è facilmente sintetizzabile, ma per quanto riguarda il fatto in questione è sufficiente sapere che nella primissima infanzia vicende di famiglia lo hanno portato lontano dal suo paese d'origine (Albania, Argentina o Armenia che fosse) e dopo un certo numero di spostamenti all'età di quattro anni lo troviamo radicato a Milano, nel quartiere detto Città Studi.
Per inciso, la conoscenza fra SuperG e Milo Temesvar avvenne frequentando lo stesso asilo infantile e la loro traiettoria scolastica coincise fino alla seconda media, anno in cui il giovane Milo deviò verso una nota scuola privata gestita da padri barnabiti.
Siamo in quella terra di nessuno del passato durante la quale l'Italia stava transitando dai rutilanti anni sessanta ai problematici anni settanta (o viceversa, dai problematici sessanta ai rutilanti settanta, ma direi di più la prima).
La permanenza dello studente Milo presso detta scuola privata continuò fino al '72, anno in cui altri cambiamenti lo portarono nella Capitale.

(continua)

otaniburila - I

Questa è una storia che parte da lontano; ma più che una vera storia è una vicenda minimale, che forse si esaurisce prima di aver finito di raccontarla: di conseguenza la tirerò un pò per le lunghe.

Certe storie minimali hanno il potere di riaffiorare, anche a distanza di anni, periodicamente; ciò avviene in maniera naturale, senza forzature, e per svariati motivi; e questa mi sembra una ragione sufficiente per considerarle storie e non semplici episodi insignificanti; o, se sono insignificanti, allora lo è in toto la nostra fottuta esistenza, per tutta la sua durata.

Bene, or non è molti giorni, durante una telefonata col mio amico (nonchè opinion leader, oserei dire, fra le altre cose) SuperG, vertente, tra l'altro, sulla possibilità di gestirci un blog fra noi due, il medesimo ha proposto una serie di nomi potenziali per battezzare questa nuova creatura, snocciolandone una sequenza fra le quali spiccava l'otaniburila (non renderò pubbliche le altre, in quanto di sua proprietà intellettuale).
Ed ecco che riemerge, inaspettato; ma, come tutte le volte quando succede, ti rendi conto che era sempre stato lì; da quasi quarant'anni.
Il fatto che SuperG, non avendo vissuto personalmente l'otaniburila, ma avendolo assorbito esclusivamente in base ad una mia relazione degli avvenimenti dell'epoca, lo abbia rievocato in modo ovvio e naturale, giustifica ai miei occhi definitivamente questo post.

Anche se, e qui mi sorge il dubbio (che rintuzzo perchè è tardi per ripensarci),
come succede nel raccontare certi sogni,
che appena svegli appaiono vividi e pieni di concatenazioni logiche
e di significati reconditi ma ricostruibili,
nel momento in cui trovi qualcuno a cui narrarli
diventano delle pappe informi e stupidamente assurde
(neanche dotati della geniale assurdità che può generare apprezzamento),
perdono la magia che sembrava avvolgerli,
tanto da maledire la decisione di averli raccontati;
nello stesso modo ho paura di pentirmi,
ma prendo coraggio e proseguo.

(continua)

sabato 14 novembre 2009

generazioni (3 in 6 cm)

a dimostrazione che sia El Gloria che Milo Temesvar sono anch'essi esseri umani, scaturiti da generazioni precedenti alla loro

sabato 7 novembre 2009

Autumn in Raymond's Castle

Si è conclusa la "Tre giorni autunnale di Raymond's Castle", della quale riporto una limitata documentazione fotografica; sono riconoscibili, in sequenza, Trebbiano con 15% di Verdicchio, coniglio in tegame, olive ascolane, verdure grigliate, caminetto acceso, Lola, veduta di Dressing-Room, sette del mattino, Gatta Cicoria e la pioggia, pausa del trasloco, incontro fra Lola e Forse Charly (entrambi preclari esempi di botolo marchigiano).

A tutela dei visitatori, sono state escluse le immagini dotate di eccessivo dinamismo, ad esempio i traslocatori in azione.






giovedì 8 ottobre 2009

Temesvar meets Serrano!!!

(di El Gloria)
TO GETHER OR NOT TO GETHER?
THAT´S THE QUESTION!
strana immagine proveniente dall'archivio di un fanatico, durante il tour sudamericano all'inizio degli anni novanta, nella quale si può apprezzare un ancora giovane Milo Temesvar alle prese con un esotico sax di canna autoctono, in duo con un giovanissimo Marcelo Serrano ed il suo swingante sax tenore

lunedì 7 settembre 2009

domenica 9 agosto 2009

L'unica immagine esistente di Milo Temesvar


la foto sopravvissuta all'opera di distruzione delle prove dell'esistenza di M.T.